Ci sono relazioni che sembrano travolgenti perché ci fanno sentire finalmente visti, scelti, unici. Eppure, a volte, ciò che scambiamo per amore nasce anche dall’incontro fra un bisogno profondo e qualcuno che sa intercettarlo. È forse una delle ragioni per cui Madame Bovary continua a parlarci.
A 170 anni dalla sua prima pubblicazione, il romanzo di Flaubert non racconta soltanto la storia di Emma e dei suoi amanti: mette in scena dinamiche che appartengono ancora alle relazioni di oggi, dal bisogno di essere riconosciuti all’idealizzazione, dalla proiezione del desiderio al gusto della conquista, e infine, ahimé, alla svalutazione e all’abbandono.
Sono la tua schiava e la tua concubina! tu sei il mio re, il mio idolo! tu sei buono! sei bello! sei intelligente! sei forte!
S’era sentito dire queste cose tante volte, che non avevano per lui più niente di originale. Emma somigliava a tutte le amanti; e il fascino della novità a poco a poco cadeva come una veste e metteva a nudo l’eterna monotonia della passione, che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio.
(le citazioni sono tratte da: G. Flaubert, Madame Bovary, RusconiLibri 2026, trad. Virginio Enrico)
La donna nell’ottocento e il narcisismo di Rodolphe
Emma Bovary non cerca semplicemente un uomo. Cerca una vita diversa. La quotidianità le appare insopportabilmente povera. Emma desidera la passione, l’eccezionalità, l’evasione, un amore capace di trasformare la sua esistenza. È quello che verrà definito bovarismo: la tendenza a misurare la realtà sulla base di un’immagine ideale e a vivere la distanza fra ciò che è e ciò che si vorrebbe fosse come una fonte permanente di insoddisfazione.
leggi anche
Sindrome di Madame Bovary o Bovarismo: origine e significato del termine mutuato dal romanzo di Flaubert
Ma per comprendere Emma non basta guardare alla sua psicologia. Occorre ricordare la società nella quale vive. La donna dell’Ottocento è confinata prevalentemente nel matrimonio, nella maternità e nella dimensione domestica, mentre autonomia economica, professionale e intellettuale rimangono in gran parte fuori dal suo orizzonte. Emma può leggere e, attraverso la letteratura, intravedere un’esistenza diversa, ma non possiede gli strumenti necessari per trasformare quell’immaginario in un autentico progetto di vita. La letteratura le insegna a desiderare, ma non ancora a comprendere fino in fondo il proprio desiderio.
In chiave archetipica, Emma proietta sull’uomo l’immagine dell’amante ideale: colui che porta con sé passione, libertà, avventura, sensualità, la promessa di una vita più intensa. L’altro diventa così il contenitore di qualcosa che appartiene anche alla sua stessa psiche.
Ed è proprio qui che entra in scena Rodolphe. Flaubert ne fa un seduttore capace di osservare, comprendere rapidamente le vulnerabilità dell’altra persona e offrirle esattamente ciò che desidera sentirsi dire, ovvero che è speciale, diversa dalle altre, destinata a vivere una passione fuori dall’ordinario. La seduzione funziona perché incontra una fantasia già presente: Rodolphe non deve creare il desiderio di Emma, deve soltanto offrirsi come colui che può realizzarlo.
Senza applicare retroattivamente a Rodolphe una diagnosi clinica contemporanea, possiamo riconoscere nel suo comportamento alcuni tratti di quella che oggi chiameremmo seduzione narcisistica: idealizzazione iniziale, intensità costruita rapidamente, complicità esasperata e, quando l’altro comincia a chiedere una relazione reale, progressiva svalutazione.
È molto carina! Diceva tra sé; molto carina, quella moglie del medico! [...] Mi pare molto stupido [il marito, ndr]. Senza dubbio essa n’è stancata. [...] E si annoia. Vorrebbe abitare in città e ballare tutte le sere la polca, povera donnina. Sospira l’amore come una carpa l’acqua su un tavolo da cucina. Sono sicuro che dopo tre paroline galanti vi adorerebbe! Sarebbe una cosa dolce! deliziosa! Sì, ma come liberarsene dopo?
Quando Emma non è più soltanto una donna da desiderare, ma una donna che chiede continuità, rassicurazioni e un futuro, la situazione cambia. La conquista perde il suo fascino quando l’altro smette di essere uno specchio gratificante e diventa un soggetto con bisogni propri.
Persino l’abbandono viene trasformato da Rodolphe in una piccola rappresentazione teatrale. La lettera con cui fugge da Emma lo presenta come un uomo costretto dalle circostanze, mentre la famosa goccia d’acqua lasciata cadere sulla carta simula una lacrima. Non c’è soltanto la volontà di sottrarsi alla relazione: c’è anche il desiderio di controllare la propria immagine e il modo in cui l’altro interpreterà quell’abbandono.
Arrivato a casa, Rodolphe si sedette risolutamente alla scrivania, sotto il trofeo della testa di cervo appesa al muro.(si noti il riferimento simbolico al trofeo e al cervo)
[...]Ma quando prese la penna in mano, non gli riuscì di trovar nulla, e, appoggiato sui gomiti, cominciò a riflettere. Emma gli sembrava ormai relegata in un passato lontano, come se la decisione da lui presa frapponesse tra loro, all’improvviso, un’enorme distanza.
Emma: vittima o corresponsabile?
Al di là del fatto che Emma sia una donna sposata, elemento narrativo non trascurabile, che contribuì allo scandalo suscitato dal romanzo e alla rappresentazione di Madame Bovary come figura immorale e trasgressiva secondo i codici dell’epoca, di fronte al raggiro orchestrato da Rodolphe appare indubbiamente come una vittima. Eppure, nell’intreccio relazionale, non è soltanto questo: partecipa attivamente alla propria illusione, idealizza, proietta e pretende dall’amore una risposta assoluta alla propria insoddisfazione. Riconoscere questa sua partecipazione non significa, tuttavia, attribuirle la responsabilità della manipolazione subita. Emma è corresponsabile della propria fantasia, non della strategia di Rodolphe.
Il romanzo permette così di spostare lo sguardo anche sul sistema culturale che rende possibili determinate dinamiche. Il patriarcato agisce attraverso norme e ruoli sociali: viene così interiorizzato e si trasforma in aspettative, modelli di comportamento e criteri attraverso i quali uomini e donne imparano a percepire se stessi e gli altri. All’uomo può essere attribuito il valore della conquista; alla donna quello di essere desiderata e scelta.
La mitologia greca ci offre immagini ancora più antiche di questo copione. Zeus, il grande seduttore, misura la propria potenza anche attraverso le conquiste; Era dirige spesso la propria collera non contro il marito infedele, ma contro le donne coinvolte nelle sue avventure; Afrodite accetta di sottoporsi al giudizio di Paride in una gara in cui sarà lo sguardo maschile a decretare chi sia la più bella. Sono immagini lontane nel tempo, che mostrano quanto le radici di questo modello siano profonde, sedimentate nel nostro immaginario.
E allora possiamo chiederci: dove sono oggi Emma e Rodolphe?
Un capolavoro che continua a parlarci di noi stessi
La Madame Bovary che è in noi è la parte che desidera essere finalmente scelta, riconosciuta, sottratta alla banalità dell’esistenza; quella che può confondere l’intensità con la profondità e credere che qualcuno possa finalmente salvarla dalla propria insoddisfazione. Tuttavia, anche il Rodolphe che è in noi merita di essere riconosciuto: non solo il manipolatore consapevole, ma quella parte che può cercare nell’altro una conferma del proprio valore, che seduce per conquistare e non per incontrare, che preferisce lo specchio dell’ammirazione alla fatica dell’autentica relazione.
La prospettiva archetipica non invita a rinunciare al desiderio, ma a ritirare le proiezioni. La passione, la libertà, il coraggio, la sensualità che Emma incontra nei suoi amanti appartengono prima di tutto a lei. Nessun essere umano può incarnare stabilmente l’archetipo dell’amante assoluto. L’individuazione comincia quando ciò che abbiamo cercato nell’altro torna, almeno in parte, a essere riconosciuto come nostro.
Forse è proprio questa la lezione più attuale di Flaubert: non dobbiamo smettere di desiderare, ma imparare a distinguere ciò che appartiene all’altro da ciò che abbiamo proiettato su di lui. La proiezione cerca un ideale. La seduzione narcisistica cerca una conferma.
Flaubert lo aveva già intuito nel 1856. Centosettant’anni dopo, Emma e Rodolphe continuano a parlarci non soltanto delle nostre relazioni, ma del modo in cui impariamo a desiderare, ad amare e a riconoscere noi stessi.
Recensione del libro
Madame Bovary
di Gustave Flaubert
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: 170 anni di Emma Bovary: Flaubert, il narcisismo e il patriarcato
Lascia il tuo commento