Ci sono cose che non si possono guardare alla luce della ragione, ma sono così come sono.
Iniziando questo piccolo articolo citando una celebre frase del libro di John Steinbeck Al Dio sconosciuto e che di certo avrebbe infastidito e non di poco i colleghi empiristi, un pensiero va a zonzo nella mia mente, ed è mia necessità pretendere di palesare a qualcuno tali concetti ancora in un groviglio di parole.
La verità è una sola ed è questa: la Bibbia mi ha cambiato quasi totalmente lo sguardo verso il mondo. Ciò sta accadendo non a fini religiosi, spirituali ecc., ma per puro godimento letterario e filosofico.
La bellezza verso il dubbio, verso il creato, verso ciò che è sempre stato ignoto agli umani e che molto probabilmente lo rimarrà, è un calderone di domande e di riflessioni che non riusciremo mai né a riempire, né tanto meno a svuotare. Così nasce il brivido dell’arte, un cortocircuito logico commesso da un errore biologico in difesa dell’intera società del mondo (l’artista è un anticorpo, per citare Faber).
Ora, leggendo la Bibbia con filtri lucidi (e con questo non dico esclusivamente prendere alla lettera ciò che c’è scritto, ma semplicemente ragionando e talvolta anche contestualizzando le azioni compiute in un’epoca distante e quasi del tutto dimenticata), ci si accorge che non è un libro qualunque ma, al contrario, sembra diventare l’unico libro rispetto a tutti gli altri. Come se tutta l’intera bibliografia divenisse un tentativo meschino di riprodurre in scala ridotta quel libro. Tentativi più o meno deficienti sono stati fatti nel corso della storia della letteratura e della poesia: i migliori sono sopravvissuti. Sono i classici.
Ora che fintamente ho liberato questo linguaggio, e forse quei gomitoli sembrano essere meno aggrovigliati tra loro, iniziamo questo parallelismo biblico-letterario.
“Al Dio sconosciuto” e la Bibbia
Ogni qual volta che, con conoscenti, amici o qualsiasi altra persona, ci troviamo a discorrere di religione o di fede, le nostre frasi e affermazioni si convertono e si irradiano in altri sub-argomenti, primo tra tutti la letteratura. D’altronde cos’è il cristianesimo, l’ebraismo o l’islamismo se non il più grande risultato storico di una trasmissione dogmatica che affonda proprio le sue radici in quelle magnifiche opere letterarie, fatte di parabole come di contraddizioni, di stratificazioni di culture ed epoche diverse? Rispondo io: ad oggi, ben poco.
Queste affermazioni potranno infastidire le menti dei credenti, ma ciò che propongo di fare, in maniera più o meno superficiale, è dimostrare l’influenza di esse sotto un carattere antropologico, culturale e linguistico. La fede dunque, per un attimo, e se ne disponiamo, lasciamola là dov’è.
Recentemente ho terminato una lettura d’eccellenza secondo il canone steinbeckiano, un libro le qui pagine sembrano essere ricoperte dal sogno americano lentamente frantumato, uno di quei volumi che tieni lì e che ti parleranno nei secoli e nei secoli. Il libro in questione è, appunto, Al Dio sconosciuto. Uscito nel 1933, è forse uno dei libri posizionati accanto rispetto a capolavori come Furore, ma che arricchiscono la bibliografia dello scrittore americano in modo non del tutto scontato. Steinbeck è principalmente ricordato per opere la cui grandezza si è espansa fino a toccare i confini di Hollywood. Si pensi a La valle dell’Eden.
Al Dio sconosciuto rimane però un punto fisso tra le letture di un ragazzino, tra le più interessanti se ciò che si cerca è un viaggio al termine del sole, accompagnato dalle tipiche raffigurazioni famigliari che si cercano, per esempio, in Lev Tolvstoj. Al suo interno si trova quel mondo contadino di una narrazione tardo ottocentesca che colpisce proprio per la sua difficoltà della narrazione delle cose semplici. Leggendo quest’opera vi capiterà di girare la copertina, guardarla un attimo e accorgervi di aver vissuto fino a pochi secondi prima un’allucinazione. Quello che avete in mano, realizzerete, è un libro di John Steinbeck: eppure era Verga.
Il punto al quale voglio tendere è uno solo: il titolo. E per questo avremo bisogno della Bibbia. Chi meglio di me conosce la letteratura e la prosa di Steinbeck sarà sicuramente cosciente della moltitudine di citazioni e dell’utilizzo di parabole bibliche all’interno della sua prosa. Come preannunciavo precedentemente, è istintivo cogliere il ramo di collegamento tra La valle dell’Eden e la letteratura del libro della Genesi, e preparando la mente vi accorgerete che concetti quali il libero arbitrio (trattato da Steinbeck attraverso il concetto di Timshel, cioè tradotto dall’ebraico “Tu puoi”) e l’ambientazione cosiddetta simbolica sono un insieme coeso e indissolubile. Ma questo è un altro discorso che vale la pena approfondire in un altro scritto.
Da Paolo di Tarso all’Areopago: la metafora di Saul nel libro
Al Dio sconosciuto, in riferimento alla valanga di citazioni bibliche steinbeckiane, è un titolo strano. Si presuppone che durante la stesura del romanzo lo scrittore decise di adoperare una metafora, o per meglio dire un’allegoria, collegabile, anche in questo caso, a un oggetto citato nella Bibbia: una pietra, in particolare, come vedremo, un vero e proprio altare.
Ci troviamo negli Atti degli Apostoli (17, 23):
Poiché, passando e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “Al Dio Sconosciuto”. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio.
Questo potente versetto della Bibbia affonda la sua origine nella città di Atene, quando Saul (Paolo di Tarso, San Paolo), vagando per la città, notò un’enorme quantità di idoli e monumenti religiosi. Il vessillo che però Paolo riesce a cogliere per pronunziare questo discorso dibattuto sopra l’Areopago di Atene è rappresentato da un monumento che gli Ateniesi avevano dedicato a un presunto Dio Sconosciuto. Le intenzioni dietro quest’opera, ovviamente, si possono immaginare o provare a intuire attraverso il metodo dello studio e della contestualizzazione. Presumibilmente questo altare serviva a concedere, in funzione di un’ignoranza verso il mondo metafisico, rispetto verso divinità probabilmente dimenticate. La paura (talvolta forza motrice e rullo che spinge le masse verso Dio) era quella che le divinità potessero arrabbiarsi.
Ma attenendoci a Paolo e alla Bibbia, ciò che è importante tratteggiare è la forza che travolge Paolo. Questo altare rappresenta per Paolo un modo intelligente per annunciare la presenza del vero Dio, che gli Ateniesi stavano già venerando.
Questo versetto diventa parabola, come ogni volta, dell’onnipotenza di Dio anche di fronte alle cose sconosciute. Dove gli uomini e il comune non potranno mai pervenire, Dio è lì. Esso è presente anche se non riconosciuto o se non si palesa. A Paolo questo però è accaduto, ed è ben risaputo per chiunque abbia fatto anche una sola giornata di catechismo che fu accecato dalla “Gloria di Dio” sulla strada per Damasco, a seguito delle persecuzioni che lui stesso compiva sui cristiani. La figura di Paolo è interessante e andrebbe di certo analizzata e studiata secondo un profilo storico, sociale, antropologico e psicologico, dentro il quale troveremmo spunti di riflessione interessantissimi e attualissimi.
Perché Steinbeck e la Bibbia
Ora, soffermiamoci su questo quesito: perché Steinbeck e la Bibbia? Perché chiamare un libro ambientato nelle praterie americane con un versetto del libro degli Atti degli Apostoli?
Il lettore risponderà dalla propria lettura, ma è facilmente comprensibile che il segreto steinbeckiano risieda proprio nel suo stesso metodo narrativo: dove l’uomo diventa un unicum con la natura, le persone e la magia. Come ci disse sottovoce Baruch Spinoza: "Deus Sive Natura", cioè "Dio, ovvero la Natura. Ed è proprio in questo parallelismo tra i campi arsi colpiti dalla siccità e l’Areopago ateniese che si compie un’azione di antropologia teologica, vale a dire nel punto di esatto in qui l’autore compie un’esacerbazione della forza della natura. Il metodo narrativo, la prosa di Steinbeck, diventa un tutt’uno con la natura stessa, narrata minuziosamente da una penna che sa il fatto suo.
In funzione dell’altare di Atene, si può tranquillamente affermare che la Bibbia e tutte le altre storie narrate da antiche e moderne civiltà non sono nient’altro che un tentativo biologicamente disturbato di cercare ciò che non comprendiamo.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: “Al Dio sconosciuto”: il romanzo di John Steinbeck che deve il suo titolo alla Bibbia
DA SAULO A PAOLO = SAN PAOLO (UN DESTINO GÌA NELLE LETTERE, PRIMA ANCORA CHE NEGLI ATTI, UNA FEDE NATA PRIMA CHE NELLE OPERE
qui non si dice che san Paolo suscitò l’ilarità degli Ateniesi (secondo ciò che lui stesso testimonia): ma come, noi qui sull"Arepago lasciamo libertà di culto per qualunque popolo e tu vieni qui a dirci che il tuo Cristo è Dio?
Come tutti quelli che erigono una religione, gli annunci di Paolo presuppongono ed esigono un nuovo e inedito colonialismo (proselitismo): "ciò che voi adorate senza conoscerlo" e la libertà che nega agli altri, senza bisogno di dire: "il mio è quello vero". Esattamente ciò che i cristiani dicono oggi dei musulmani.