credits foto dell’autore: Salvatore Saluci
Giuseppe Fusari è in libreria con I morti non mi sono mai piaciuti (Neri Pozza, 2026), il suo colto e raffinato thriller, vincitore del prestigioso Premio Neri Pozza. Sacerdote, docente presso l’Università Cattolica di Brescia, storico dell’arte ed ex-direttore del Museo Diocesano bresciano, Giuseppe Fusari ha scritto molti libri e ha un account Instagram (art.priest2023) seguitissimo. Con il suo romanzo, sarà presente al prossimo Festival dei Libri di Brisighella.
L’intervista a Giuseppe Fusari
- Scrittore, sacerdote, storico dell’arte: anzitutto come ti devo chiamare - Giuseppe, don, Prof? Come si mixano nella tua personalità queste tre figure? Quale dei tre incarichi è il più impegnativo oggi per te?
Normalmente dico a tutti di chiamarmi semplicemente Giuseppe. In fondo tutte queste realtà mi descrivono; diciamo che contribuiscono a far esprimere la mia personalità e, anche se sembra strano, non sono in conflitto. Alla fine le stesse domande si rincorrono e il come rispondervi avviene in tre modi diversi ma complementari. Certamente essere prete è la parte più importante ed impegnativa della mia vita ma, credo, motiva e rende più interessanti anche le altre due componenti.
- “Ma noi abbiamo il dovere, Amedeo, la missione, del sapere”, dice il padre al tuo protagonista: vuoi spiegarci quale è la missione o vocazione del commissario Amedeo Alessandri?
Amedeo sembra ricordare ogni parola uscita dalla bocca di suo padre e anche questa della missione del sapere gli è rimasta scolpita in testa. Eppure i casi della vita, se li vogliamo chiamare così, lo portano lontano dall’idea di sapere di cui parlava suo padre - anche se per Amedeo il sapere (o il conoscere) è parte della missione del suo lavoro.
Senza scoprire nulla del libro, si può dire che per Amedeo l’indagine nasce dal bisogno di conoscere non tanto il colpevole, ma la verità che si nasconde dietro quello che è accaduto o, come dice lui stesso, l’istante che rimane scolpito addosso a chi viene ucciso.
- Descrivici il rapporto tra il PM Gargiulo ed il commissario Alessandri: il primo fa un po’ “il cerimonioso”, il secondo va dritto al punto.
Mi è piaciuto molto sviluppare questo rapporto tra due persone così diverse: uno molto alto, l’altro molto basso; uno fisionomista, l’altro che non ne azzecca uno; uno diretto, l’altro prudente. Sembrerebbero incompatibili eppure, nel corso dell’indagine, si capisce che, soprattutto Gargiulo, impara a fidarsi e a capire Alessandri - diventa quasi affettuoso con lui, protettivo. In fondo Gargiulo riesce a entrare nel mondo di Alessandri e a capire perché ha bisogno di arrivare in fondo - e Alessandri, quasi con sorpresa, conosce un PM molto diverso da quello che aveva accanto all’inizio dell’indagine.
- C’è chi “vorrebbe l’impossibile. Vorrebbe chiudere il caso. Tutto a posto. Fine”: parlaci dei concetti di serietà dell’indagine e giustizia, che sono qui in gioco.
È un rapporto molto complesso. La tentazione di prendere scorciatoie per arrivare a una verità che non scomodi nessuno, soprattutto perché si tratterebbe di scomodare persone molto ingombranti, appare sulla scena diverse volte nell’indagine ed è una tentazione per arrivare in fondo, per portare un risultato che avvicini alla giustizia anche a costo di qualche aggiustamento. È, paradossalmente, un istinto umano. In questo caso però Amedeo deve arrivare alla giustizia vera perché sta facendo i conti con troppe cose della sua vita, e allora si rende conto di essere di necessità da solo a cercare.
- Amedeo e Roberto: parlaci del rapporto del commissario con suo padre.
Dico talvolta che questo libro è una storia d’amore racchiusa nel guscio di un giallo, e la storia d’amore è proprio tra Amedeo e suo padre, un padre ingombrante, a tratti pedante, monotematico - eppure una figura che, anche a distanza di anni, rimane per lui un enigma e un caso irrisolto, se vogliamo dire così. Ma rimane anche quell’uomo che gli ha dato un’impronta che va ben al di là della prima formazione storico-artistica. Per Amedeo, suo padre è una misura morale la cui importanza riuscirà a capire completamente proprio grazie a questa indagine.
- “Un rozzo poliziotto tatuato” appassionato di sport e arte che qualche volta si concede “uno sgarro”: mantenendo le debite distanze, quanto c’è di te, Giuseppe, nel tuo protagonista Amedeo?
Non l’altezza (l’ho immaginato alto 1,89) nè il peso (104 kg), ma le passioni sono le stesse, e anche un po’ il fatto di “non sgarrare”, cioè di cercare di essere coerenti con se stessi. Il fatto che Amedeo condivida con me palestra e tatuaggi mi è servito per rendere più vero il personaggio e anche, perché no, di mettere in evidenza quanto molte volte il pregiudizio su come uno si presenta faccia male alla conoscenza vera di una persona.
- “Distruzione. Fuoco. Guerra” sono le tre parole bandite ed impronunciabili per Roberto Alessandri. Quali sono le tue?
Devo dire che questa parte è, probabilmente, la più autobiografica del libro. Queste tre sono le mie parole bandite anche se, di necessità, le ho dovute usare e, per interposta persona, ho cercato di mostrare cosa per me rende l’uomo disumano in ogni epoca, compresa la nostra.
- Parliamo del Premio Neri Pozza, della cui settima edizione “I morti non mi sono mai piaciuti” è il vincitore. Come hai vissuto questa bellissima esperienza di partecipazione al Premio? Descrivici i sentimenti legati alla vittoria. E inoltre, noi lettori già ci domandiamo se ci sarà una serie con il tuo eccezionale protagonista: puoi anticiparci qualcosa in merito?
La vittoria è stata una sorpresa. Non che non ci sperassi: semplicemente non ci credevo! Sia quando è stata annunciata la dozzina dei finalisti, che quando è stata annunciata la cinquina. Figurati quando è stato annunciato il vincitore! È stato un momento molto intenso. Lo descriverei quasi come uno sdoppiamento nel quale mi vedevo premiato e mi osservavo da fuori. Stupito. Poi è diventato tutto veloce e mi sono trovato a casa con la targa. La notte mi sono alzato per vedere se c’era davvero e ho letto bene se c’era il mio nome: magari l’avevo rubata … I sentimenti sono stati questi, forse un po’ confusi perché non è facile descriverli.
Quanto al futuro di Amedeo Alessandri, confesso di aver già scritto due altri libri che dovrebbero costituire una trilogia autoconclusa. Sarebbe bello che anche questi potessero vedere la luce perché Alessandri è pieno di sorprese fino alla fine.
Recensione del libro
I morti non mi sono mai piaciuti
di Giuseppe Fusari
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Intervista a Giuseppe Fusari, autore di “I morti non mi sono mai piaciuti”
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