Fornita da PordenoneLegge Press Office
Tra ricerca storica e invenzione narrativa, Lo speziale di Steinbrueck racconta un Friuli poco frequentato dalla letteratura e una storia che, partendo dal giallo, va oltre il genere.
Abbiamo incontrato Matteo Mantoani poco prima del suo intervento a Pordenonelegge 2026 e, davanti a un caffè, abbiamo parlato del romanzo, delle sue radici e del percorso di Giacomo/Gottlob.
Ecco cosa ci ha raccontato.
- Come nasce Lo speziale di Steinbrueck? È nato prima il personaggio, la storia oppure il mondo storico nel quale farli muovere?
L’idea è nata studiando le fonti, i saggi, la storia del Friuli e di Cavasso Nuovo. In realtà volevo scrivere una storia ambientata nel Medioevo, nel XIII secolo.
Poi, durante le mie ricerche, sono incappato nel conte Giorgio di Polcenigo, un illuminista vissuto nel Settecento, esponente di quella nobiltà antica, non mercantile di origine veneziana. In una delle sue lettere c’era una frase che, parafrasando, suonava più o meno così: un uomo della mia levatura, cavaliere e nobile, non può infierire sulle persone a lui inferiori. Io l’ho interpretata così: sono un nobile, non voglio avere niente a che fare con i soldi, con debitori, usurai e mercanti.
Da lì è scattata la scintilla: cosa sarebbe successo se Giorgio di Polcenigo si fosse imbattuto in un mercante arricchito, originario del suo stesso paese e con una potenza economica tale da potergli rispondere per le rime?
Da questo what if è partito tutto: chi poteva essere questo mercante? Da dove veniva? Che cosa aveva fatto? E così è iniziato il processo creativo.
- Da quello che racconta sembra che sia proprio la ricerca storica ad accendere l’immaginazione. Più si studia, più nascono nuove storie?
Più studi, più leggi e più le storie vengono fuori da sole. Trovi vite di personaggi straordinari e inizi a immaginare la loro esistenza, a riflettere sul tempo in cui hanno vissuto e su quello che sono riusciti a fare. Sono storie che colpiscono l’immaginario e quindi viene spontaneo raccontarle.
- Perché scegliere proprio il paesaggio magredile del fiume Meduna, un territorio ancora poco raccontato in letteratura?
A ogni scrittore dicono: «Scrivi di ciò che sai». Io quei luoghi li conosco, ci ho vissuto, e ho cercato di raccontare le sensazioni che provavo attraversandoli, ricostruendo allo stesso tempo la vita di un ragazzo qualsiasi in un’epoca diversa dalla mia.
Ho dovuto ricostruire un’ambientazione fatta anche di povertà, degrado, incuria, fango. Se tutto è bello e lindo non è interessante. Quello che colpisce è il conflitto, la voglia di emergere, di andare oltre.
- Il suo romanzo all’inizio ha tutti i caratteri del giallo: un cadavere, un omicidio su cui indagare. Poi, andando avanti, ci si accorge che il vero nucleo del racconto è il percorso interiore del protagonista. Possiamo dire che il giallo è uno strumento per raccontare qualcos’altro?
Il giallo è un modo per raccontare una storia, per mettere un pizzico di interesse, di pepe, di ritmo in più. Ma c’era anche la volontà di attirare un pubblico più vasto. I generi che attirano più lettori in Italia sono il giallo e il rosa. Comunque io il giallo lo volevo nella mia storia, ma non solo. La storia che racconto è anche un percorso di formazione. Di formazione del suo protagonista: Giacomo da giovane, Gottlob da adulto.
- Giacomo cambia attraverso gli ambienti che attraversa, le persone che incontra e le scelte che compie, fino a diventare Gottlob. Quanto incide tutto questo sulla sua identità? Siamo davvero qualcosa di definito oppure diventiamo ciò che siamo attraverso quello che viviamo?
Noi tutti siamo multiformi. Anche lui parte in un modo e arriva in un altro, e quello che lo cambia sono gli ambienti e le persone che frequenta.
Più volte mi sono chiesto: ma se io fossi nato in quell’epoca, come sarei? Sarei sempre io? Farei le stesse scelte o sarei completamente diverso? Se fossi nato in India, come sarei? Come vedrei il mondo? Avrei avuto le stesse possibilità di studio, ma anche le stesse inclinazioni?
Penso che quello che siamo sia una somma di piccoli elementi che, tutti insieme, finiscono per formare la nostra identità, con piccole spinte in una direzione o nell’altra.
Non esiste una matrice.
- Nel romanzo entra anche il friulano, che non appare come un semplice elemento folkloristico. Quanto conta la lingua nel raccontare l’appartenenza e le radici di Giacomo?
Alcuni mi hanno un po’ criticato perché, secondo loro, avrei dovuto mettere la traduzione, magari con un asterisco. Però sono gli insulti in friulano quelli che fanno più ridere e dal contesto si capisce.
Una cosa che mi ha fatto molto piacere è stata mia zia, che ha ottant’anni. Ha letto il romanzo e mi ha detto: «Non so come hai fatto, ma leggendo la parlata di Giacomo mi sembra di sentir parlare un vecchio dei miei tempi che si sforza di parlare italiano, ma nel suo pensiero pensa in friulano. Hai riprodotto una parlata vecchia e non so come hai fatto».
Io le ho risposto: «Bastava ascoltare voi». Non ho mai sentito i miei parenti parlare italiano, neanche i miei genitori. Lo parlavano solo quando mi dovevano sgridare per qualcosa.
- La spezieria occupa un posto centrale nel romanzo. Quanto lavoro di ricerca c’è dietro quel mondo e che cosa la affascinava della medicina di quell’epoca?
Ho visitato dei musei che ricostruivano le spezierie nei minimi dettagli. Ce n’è uno molto bello a Sansepolcro e lì, nella ricostruzione, c’è la stanza dei veleni. Ho pensato: mettiamola.
Ho letto anche le farmacopee dell’epoca, come quella augustana che cito nel romanzo, per capire come venivano prodotte le medicine.
La medicina galenica è una medicina antica. Non aveva le nostre basi scientifiche, ma era rigorosa: partiva da osservazioni ed esperimenti, anche se le premesse teoriche erano sbagliate. Ed è proprio questo che mi ha affascinato: oggi releghiamo tutto questo alla pseudoscienza, ma dietro c’erano comunque ricerca e rigore.
- Prima ha detto che «non esiste una matrice». È una domanda sull’identità che ritorna anche nell’epilogo, quando il protagonista si interroga sulla vita che avrebbe potuto avere se avesse compiuto scelte diverse.
A un certo punto della sua vita Giacomo/Gottlob fa una scelta che lo cambia. Nell’epilogo si interroga: «Come sarebbe stata la mia vita se non avessi fatto quella scelta? Come sarebbe stata la mia identità?».
Sono domande che ci facciamo un po’ tutti.
E lui si inventa una vita parallela, nella quale ha fatto scelte diverse, e si domanda: «Come sarebbe? Sarebbe più felice? Sarebbe più triste? Sarebbe diverso?».
Questa lotta, questa ricerca interiore, fa parte di tutti noi.
Recensione del libro
Lo speziale di Steinbrueck
di Matteo Mantoani
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Non il solito giallo: Matteo Mantoani ci racconta com’è nato “Lo speziale di Steinbrueck”
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