Henry Raeburn, Sir Walter Scott (1822); olio su tela, 76.2×63.5 cm, National Gallery of Scotland, Edimburgo
Conosciuto soprattutto per il capolavoro Ivanhoe, che ha segnato una pietra miliare nel genere del romanzo storico ottocentesco, Walter Scott, scozzese di Edimburgo, è stata una delle personalità più significative e versatili della sua epoca.
Poeta, scrittore e storico, Scott ebbe l’esistenza precocemente segnata dalla malattia (da bambino contrasse la poliomielite, che gli lasciò pesanti strascichi in eredità), ma grandi soddisfazioni in ambito letterario, diventando fonte di ispirazione in patria e all’estero. In occasione dell’anniversario della morte, avvenuta il 21 settembre 1832, vediamo i tratti salienti della vita di Walter Scott e le caratteristiche essenziali dei suoi scritti.
Walter Scott: vita dell’autore
Walter Scott nacque a Edimburgo (Scozia) il 15 agosto 1771 da una famiglia borghese, precisamente di giuristi (il padre era avvocato), che in precedenza aveva svolto un ruolo importante nella storia patria e che gli assicurò un terreno culturalmente fertile dove poter adeguatamente crescere e formarsi.
L’evento più drammatico dell’infanzia di Scott fu senza dubbio rappresentato dalla poliomielite, una malattia grave e allora difficile da curare della quale si ammalò quando era ancora molto piccolo; le cagionevoli condizioni di salute non permisero al futuro scrittore di frequentare regolarmente la scuola, ma restando in casa per la maggior parte del tempo diventò un accanito lettore, nonché un ascoltatore rapito ed entusiasta dei racconti tradizionali del suo Paese, quelli che ci si tramandava di generazione in generazione e che gli venivano narrati dai familiari.
Non appena la salute glielo permise (anche se restò claudicante per tutta la vita), Scott frequentò di persona la Edimburgh High School, poi si iscrisse all’Università e iniziò a lavorare nello studio del padre avvocato per "farsi le ossa" in ambito giuridico. Ma la sua grande passione era la letteratura: il giovane studente scriveva lui stesso e leggeva avidamente i capolavori della classicità, tra i quali le commedie e le tragedie di William Shakespeare.
La lunga e prolifica carriera di Scott cominciò con la traduzione di ballate tedesche e di alcuni testi di Goethe; nel 1802 pubblicò i Canti giullareschi della Frontiera Scozzese, una raccolta di border ballads (ballate di confine) scozzesi. Negli anni dal 1805 al 1810 lo scrittore dette alle stampe i tre racconti in versi The Lay of the Last Minstrel (Il lamento dell’ultimo menestrello), Marmion (la storia di Lord Marmion) e The Lady of the Lake (La donna del lago), che gli regalarono la notorietà e gli garantirono ottime entrate dal punto di vista economico.
L’idea di scrivere in prosa gli venne in mente dopo il successo che Lord Byron ottenne con Child Harod’s Pilgrimage (Il pellegrinaggio del giovane Harold), preoccupato che quest’ultimo potesse oscurarne la fama.
Scott pubblicò in tutto una trentina di romanzi, dei quali i più famosi sono Ivanhoe, Rob Roy, Kenilworth, The Bride of Lammermoor e il capostipite del romanzo storico Waverley.
Per quanto riguarda la sfera privata, lo scrittore e poeta scozzese ebbe una moglie, Charlotte Charpentier, e cinque figli.
Nel 1810 egli acquistò una casa editrice di cui affidò la direzione al socio e amico John Ballantyne; i lauti guadagni gli dettero la possibilità di comprare un’ampia e sontuosa dimora ad Abbotford, dove visse anni spensierati in famiglia. Non andò sempre bene però: quando nel 1825 l’Inghilterra fu investita da una pesante crisi economica e la casa editrice fallì, Scott ebbe un tracollo finanziario e contrasse un forte debito. Di carattere orgoglioso e cresciuto con un fortissimo senso dell’onore, lo scrittore rifiutò categoricamente di dichiarare bancarotta, preferendo ripagare il dovuto intensificando febbrilmente la scrittura e la pubblicazione di romanzi.
Purtroppo questo ritmo di lavoro così sostenuto ne minò seriamente la salute; colpito da un ictus, Scott intraprese un viaggio in Italia per sperimentare nuove cure, ma dopo aver capito che non si sarebbe mai ripreso decise di tornare a casa.
Si spense ad Abbotsford il 21 settembre 1832.
Il rapporto fra Walter Scott e il romanzo storico
Walter Scott è unanimemente considerato il padre del romanzo storico ottocentesco in Europa.
Le principali caratteristiche di quest’ultimo sono l’ambientazione in un’epoca passata e la compresenza di eventi e personaggi storici reali con eventi e personaggi inventati senza che la verità storica risulti mai alterata. Ed è lo stesso autore a tracciare nell’introduzione a Waverley le linee entro le quali il genere doveva muoversi e anche le differenze che lo separavano dal romanzo gotico medievale.
In quest’ultimo il passato è per lo più solo l’ambientazione pittoresca entro la quale le vicende si dipanano e i personaggi si muovono, invece l’interesse di Scott è soprattutto quello di riportare fedelmente i fatti della storia. A tal proposito si aggiunge la volontà di raccontare anche le classi sociali più umili mettendone in risalto doti come la fedeltà, il coraggio, la buona volontà, l’eroismo e il senso dell’onore, decisione che segna una linea di demarcazione netta con il passato a livello letterario.
In effetti il grande romanzo storico ottocentesco di cui Scott è il capostipite narra in maniera precisa e quasi sempre riuscita il modus vivendi delle persone appartenenti ai ceti meno abbienti, illustrandone alla perfezione abitudini ed elementi distintivi; i grandi protagonisti e gli avvenimenti degni di nota restano sullo sfondo delle storie, mentre al centro vi si trovano episodi legati a personaggi comuni, sia reali che di fantasia, a loro volta espressione di quegli ambienti sociali che nessuno teneva in considerazione e che la storiografia, in particolare, ignorava da sempre.
Tre i motivi principali che ne hanno sancito l’enorme successo:
- il talento degli scrittori che vi si sono cimentati (in Italia basti pensare ad Alessandro Manzoni);
- il forte interesse per il passato diffuso in epoca romantica;
- l’idoneità a fungere da mezzo di intrattenimento, offrendo ai lettori la possibilità di fuggire da un presente spesso deludente verso mondi decisamente più avvincenti.
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Le origini del romanzo storico
Walter Scott e Alessandro Manzoni: punti in comune e differenze
Walter Scott esercitò un’influenza enorme sulla letteratura europea dell’800 e non furono pochi i romanzieri che si ispirarono a lui per le loro opere.
In Italia un nome su tutti, Alessandro Manzoni, che per i suoi Promessi Sposi guardò allo scozzese, di cui lesse tutti i libri.
Vediamo qualche punto in comune e qualche differenza fra i due scrittori.
Il primo e più evidente aspetto dell’influsso di Scott su Manzoni lo si riscontra nei personaggi: come in Ivanhoe, nei Promessi Sposi c’è una felice mescolanza tra quelli realmente esistiti (Cardinale Federigo Borromeo, Monaca di Monza ecc.) e altri di pura finzione (Renzo, Lucia, Agnese, Perpetua, Don Abbondio, Don Rodrigo ecc.). Patriottismo e regionalismo sono profondamente radicati in entrambi i poeti, tanto che tutti e due ambientano i loro capolavori nel bel mezzo di aspre lotte politiche e culturali, ovvero il conflitto tra Scozia e Inghilterra Scott, tra Spagna e Lombardia occupata Manzoni.
L’uso della lingua presenta un’evidente comunanza in un primo tempo, un distacco netto in seguito. Scott, per mantenere chiara e viva l’identità del proprio Paese, inserì numerose espressioni in dialetto locale, così come fece da principio Manzoni, che poi però cambiò completamente rotta. Prima di dare alle stampe l’ultima e definitiva edizione del suo romanzo, infatti, lo scrittore milanese eliminò completamente il dialetto e le inflessioni regionali, convinto che ai Promessi Sposi spettasse l’arduo e glorioso compito di traghettare l’Italia, e la sua letteratura ovviamente, verso una lingua comune che fosse conosciuta e si parlasse indifferentemente da nord a sud.
“Ivanhoe”, il capolavoro di Walter Scott
Ivanhoe rappresenta un punto di svolta nella produzione letteraria di Walter Scott.
Fino alla pubblicazione del romanzo, infatti, avvenuta nel 1819, lo scrittore scozzese aveva incentrato le proprie opere esclusivamente sulla storia del suo Paese dei secoli XVII e XVIII, soffermandosi sui grandi eventi religiosi e politici dell’epoca, mentre con Ivanhoe il registro cambiò totalmente. Ed è lo stesso Scott a spiegare la novità nella prefazione al suo capolavoro, dove afferma di aver voluto cimentarsi in un’avventura del tutto inedita per lui, ambientando le vicende narrate non più in Scozia e in un periodo diverso da quello preso in esame in precedenza.
Con Ivanhoe, dunque, il lettore si ritrova immediatamente catapultato nell’Inghilterra del XII secolo, animata dalle figure del re Riccardo I o Cuor di Leone, di suo fratello Giovanni detto Senzaterra e del leggendario ed eroico capobanda Robin Hood con i suoi compagni.
Lo sfondo storico del romanzo è costituito dai conflitti venutisi a creare fra i conquistatori Normanni e la popolazione sassone ormai sconfitta. Dopo il fallimento della Crociata, il re Riccardo Cuor di Leone rientra in patria in gran segreto e scopre che il fratello principe Giovanni gli ha usurpato il trono; per riconquistarlo, Riccardo si fa aiutare dai Sassoni, fondendo così i due popoli che di lì a poco daranno vita alla nazione inglese.
Nell’antefatto dell’opera vediamo sir Cedric diseredare il figlio Ivanhoe perché si è innamorato della sua pupilla Rowena, che lui invece preferirebbe dare in moglie al nobile Athelstane. Ivanhoe allora, dal canto suo, parte per la terza Crociata al fianco di re Riccardo.
La vicenda comincia con il grande torneo di Ashby, dove un cavaliere misterioso, il Diseredato, ha la meglio sul perfido normanno Brian de Bois Guilbert grazie all’aiuto di un altro cavaliere che pure tiene nascosta la propria identità, il Cavaliere Nero. Il Diseredato si palesa soltanto mentre sta ricevendo il premio dalle mani di Rowena: è Ivanhoe. Rimasto ferito, l’uomo viene curato con profonda dedizione dalla giovane ebrea Rebecca, che si innamora di lui.
Di ritorno dal torneo Ivanhoe, Rowena, Rebecca e Cedric vengono rapiti da Front de Boeuf. Con l’aiuto di Robin Hood e la sua banda, il Cavaliere Nero riesce a salvarli tutti tranne Rebecca, con la quale il perfido Le Boeuf si rinchiude nel castello dei Templari. Qui il fanatico Gran Maestro accusa la fanciulla di stregoneria. Per provare la propria innocenza, Rebecca ottiene che un campione si batta per lei contro Bois Guilbert; Ivanhoe si presenta come suo campione e nello scontro che segue riesce ad avere la meglio, mentre il rivale muore.
Il Cavaliere Nero rivela finalmente la sua identità: è il re Riccardo, che impone il dominio sui Normanni ribelli che avevano deciso di seguire il traditore e usurpatore Giovanni, ottenendo la sottomissione dei Sassoni. Il romanzo ha un lieto fine: il protagonista sposa la bella Rowena, Rebecca, invece, va via dall’Inghilterra insieme al padre.
Recensione del libro
Ivanhoe
di Walter Scott
Ivanhoe mescola abilmente personaggi storici come re Riccardo a personaggi di fantasia attraverso i quali l’autore ricostruisce fedelmente il costume sociale dell’epoca. Ad essi, che sono sempre figure tipiche di un ambiente e di un determinato ceto, Scott affida la componente comica; fra i più riusciti ci sono il porcaio Gurth, il frate Tuck e il buffone Wamba.
Un altro elemento di Ivanhoe che non si può fare a meno di segnalare consiste nel gusto documentario che si riscontra nella meticolosa ricostruzione di scenari d’epoca, che contempla la minuziosa descrizione di armi, saloni, arredi, abiti e oggetti vari. Nel romanzo, inoltre, compaiono i luoghi caratteristici del Medioevo romantico, principalmente il castello e la foresta, e proprio quest’ultima fa da sfondo a un personaggio assai caro all’immaginario collettivo, il ladro gentiluomo.
Lo stesso si può dire che accada alle situazioni tipicamente medievali, che pure in Ivanhoe abbondano: segnaliamo almeno il torneo, l’assedio e il giudizio di Dio, che pure riempiono pagine e pagine del romanzo. All’avventura si intreccia, infine, il motivo sentimentale: il protagonista è diviso tra l’amore per la bionda cristiana Rowena e la bruna ebrea Rebecca. La contrapposizione femminile tra la bionda soave e angelica e la mora inquietante e demoniaca ebbe ampia fortuna nella letteratura del XIX secolo. In realtà in Scott, moderato nella vita e nell’arte, tale contrasto risulta abbastanza sfumato e mai troppo marcato: la bruna Rebecca, che non ha nulla di inquietante, simboleggia piuttosto l’amore impossibile e un altro tòpos assai presente nella letteratura ottocentesca, quello della "perseguitata".
In breve, Ivanhoe può essere considerato una perfetta e geniale sintesi di tutti i principali luoghi comuni romanzeschi.
Le opere minori di Walter Scott
Oltre che di celeberrimi romanzi storici, Walter Scott è autore di racconti, saggi, biografie e romanzi brevi dei quali almeno i più importanti meritano una menzione:
- La vedova delle Highlands (The Highland Widow, 1827) è un racconto lungo di genere drammatico ambientato sulle montagne scozzesi. Al centro dell’opera si trova il conflitto tra le antiche tradizioni delle eminenti famiglie del Paese e la legge britannica;
- I due mandriani (The Two Drovers, 1827), di cui sono protagonisti un mandriano scozzese e un altro inglese. L’opera esplora tematiche importanti come l’onore e l’amicizia e si muove intorno all’inevitabile scontro culturale che viene a crearsi fra i due protagonisti;
- La stanza degli arazzi (The Tapestried Chamber, 1829) è un racconto di fantasmi e di ambientazione gotica/soprannaturale che ha goduto di ottima fortuna, tanto da essere fra le più conosciute delle opere minori di Scott;
- La zia Margaret (Aunt Margaret’s Mirror, 1828) e Il laird di Jock (The Laird’s Jock, 1828) sono racconti brevi che trattano di folklore e di leggende scozzesi;
- Demonologia e stregoneria (Letters on Demonology and Witchcraft, 1830) è un saggio in forma epistolare dedicato alla storia delle credenze più radicate nei popoli, alla magia e alla stregoneria;
- Vita di Napoleone (Life of Napoleon Buonaparte, 1827) è una poderosa biografia storica in nove volumi del discusso imperatore dei francesi;
- Il monastero (The Monastery, 1820) e L’abate (The Abbot, 1820) sono romanzi ambientati entrambi all’epoca di Maria Stuarda, che fu regina di Scozia. Pregevole l’atmosfera gotica che fa da sfondo alla narrazione;
- Il pozzo di San Romano (St. Ronan’s Well, 1824) è il solo romanzo di Scott ambientato al tempo dell’autore;
- Il pirata (The Pirate, 1821), ambientato nelle isole Orcadi e Shetland, riguarda antiche leggende marinare e altrettanto mitiche figure di fuorilegge.
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Walter Scott: vita e opere dello scrittore scozzese che ideò il romanzo storico moderno
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