In una Sicilia vibrante e tormentata dalla presenza della criminalità organizzata, due uomini e una donna fuggono in moto. Edizioni Universo ha da poco pubblicato Vie di fuga di Roberto Frazzetta, un appassionante romanzo on the road.
L’autore ci ha concesso un’intensa intervista in cui ha approfondito la trama del suo romanzo e si è aperto in modo particolarmente autentico e sincero a emozionanti considerazioni personali.
L’intervista a Roberto Frazzetta
- Ciao Roberto, inizia raccontandoci la genesi di “Vie di fuga”: come è nato questo romanzo?
Questo romanzo nasce dopo quasi dieci anni di viaggi in moto con mio padre e, in qualche modo, ha due origini.
La prima è molto personale: volevo rendere omaggio a quei viaggi e conservarne la memoria attraverso il mio modo di raccontare; sono stati anni nei quali, ormai entrambi adulti, io e mio padre abbiamo avuto la possibilità di conoscerci nuovamente, forse persino di scoprirci sotto una luce diversa. Quando viaggi insieme per giorni, condividendo chilometri, silenzi, stanchezza e libertà, inevitabilmente impari qualcosa dell’altro che nella quotidianità rischia di rimanere nascosto.
La seconda origine è invece più narrativa, ma nasce dalla stessa esigenza personale: affrontare attraverso il noir il complicato rapporto generazionale tra padri e figli. Mi interessava indagare quel momento della vita in cui un uomo comincia a guardare suo padre non più soltanto come genitore, ma come un altro uomo - con le sue fragilità, i suoi errori e la sua storia. Credo sia un passaggio fondamentale anche per comprendere se stessi: riconoscere da dove veniamo, fare i conti con ciò che abbiamo ereditato e poi decidere cosa portare con noi e cosa lasciare andare.
Nico e Franco (i miei protagonisti) sono nati proprio dall’incontro di queste due esigenze; non sono io e mio padre, naturalmente, ma dentro il loro viaggio c’è qualcosa che conosco molto bene: quella strana intimità che può nascere tra due uomini quando smettono, almeno per qualche chilometro, di essere soltanto padre e figlio.
- Proviamo a fare un “confronto” tra te ed il tuo protagonista Nico: lui per “zittire la confusione” che ha in testa si dedica a rituali di meditazione (per esempio la cura della sua moto), e la sua Harley simboleggia la “libertà pura”. Quali sono i tuoi rituali di meditazione? Lo è la scrittura? Cosa è per te libertà pura?
Credo molto nei rituali, perché parlano a una parte di noi che viene prima del ragionamento: i miei hanno quasi tutti una radice marziale e zen. Le arti marziali mi hanno insegnato soprattutto la dedizione costante e l’attenzione alla postura, non soltanto quella fisica, ma anche quella mentale: il modo in cui stai davanti alle cose, prima ancora di decidere cosa farne.
Anche la scrittura può essere una forma di meditazione, ma per me non è isolamento dal mondo. È quasi il contrario. Ho bisogno di vivere, osservare, attraversare esperienze e lasciare che qualcosa sedimenti. La scrittura arriva dopo. In questo senso la considero l’ultimo movimento di una libertà vissuta prima in maniera empirica: vivo qualcosa, la lascio lavorare dentro di me e, qualche volta, quella materia diventa una storia.
La libertà, invece, è una parola che sento in maniera molto fisica. Per me conserva qualcosa di anarchico, nel senso più personale del termine: la possibilità di orientare la propria vita verso ciò che riconosciamo come bello e necessario per noi. Il lavoro, la musica, le mie pratiche, la scrittura. Non significa fare qualsiasi cosa senza conseguenze, ma assumersi la responsabilità di scegliere ciò che ci fa sentire pienamente vivi.
E poi c’è la moto. Lì ogni ragionamento diventa immediatamente esperienza: il motore sotto di te, la strada, il vento, la percezione del corpo e quella sensazione quasi infantile di poter andare ovunque. Per qualche ora ti senti davvero uno spirito libero. So benissimo che è anche un’illusione, ma è un’illusione benefica. Dura quanto dura il viaggio e dentro quel tempo concentra esperienze, pensieri, silenzi e una qualità dell’attenzione che nella vita quotidiana è molto più difficile trovare. Credo che i motociclisti, e soprattutto chi ama il mondo custom, sappiano esattamente di cosa parlo.
Forse, alla fine, i miei rituali e la mia idea di libertà non sono così distanti: entrambi servono a riportarmi al presente. Uno attraverso la disciplina, l’altra attraverso il movimento. E la scrittura arriva dopo, quando provo a dare una forma a ciò che è rimasto.
- Parliamo del rapporto genitori-figli: gli uni cercano il perdono degli altri ma contemporaneamente ne temono il giudizio. Inoltre a un certo punto del tuo romanzo scrivi, riguardo a Franco: “era un uomo anziano, ferito, che faceva la guardia a suo figlio”. Tu sei genitore: che tipo di rapporto hai costruito con i tuoi figli?
Direi che è ancora un rapporto “lavori in corso”, e credo sia giusto che lo sia; però sono molto soddisfatto dell’apertura e del dialogo che sto costruendo con i miei figli. Per me arriva un momento in cui un genitore deve imparare a smettere di proteggere ossessivamente. Proteggere è naturale, forse istintivo, ma lo è altrettanto lasciare ai figli la possibilità di sbagliare, cadere e scoprire di essere capaci di rialzarsi da soli. Non è semplice, soprattutto nella società di oggi che percepisco molto più complessa e piena di sollecitazioni. Richiede attenzione da entrambe le parti. Quello a cui aspiro è conservare con i miei figli un rapporto di complicità e apertura, fin dove è possibile - senza confondere la vicinanza con il controllo. Esserci, insomma, senza necessariamente stare davanti a loro.
E qui inevitabilmente entra in gioco anche la mia esperienza di figlio. Posso dire di essere stato molto amato e, allo stesso tempo, di essere stato a volte capito con difficoltà. Le due cose possono convivere. Anzi, credo che sia proprio questa una delle alchimie che ho cercato di raccontare in Vie di fuga: possiamo amare profondamente qualcuno senza riuscire sempre a comprenderlo.
Diventare padre ha modificato anche il modo in cui guardo ai miei genitori: alcune cose che da figlio interpretavo in un certo modo hanno assunto un significato diverso quando sono passato dall’altra parte. Non significa giustificare tutto. Ogni famiglia ha la propria storia: esistono genitori capaci di lasciare ferite profonde e figli che prendono strade lontanissime dai valori ricevuti. Non credo esista una formula universale. Credo però che, per conoscersi davvero, prima o poi sia necessario fare pace con alcune parti della propria storia: con il bambino che siamo stati, con ciò che avremmo voluto ricevere e magari non abbiamo ricevuto, con qualche sogno infranto. E diventare genitori, quando accade, può essere uno dei passaggi che ci obbligano a guardarci da entrambe le parti della barricata.
Forse è anche per questo che oggi comprendo meglio Franco: un padre può sapere che deve lasciare andare suo figlio e, nello stesso momento, continuare istintivamente a fargli la guardia. Le due cose non si escludono. È una contraddizione profondamente umana.
- “Sai quale è la differenza tra un padre ed un figlio? Il padre protegge, il figlio… sceglie se farsi proteggere”: tu sei sia padre che figlio, a quale dei due personaggi - Nico e Franco - ti senti più affine?
Per forza di cose mi sento più vicino a Nico, il figlio: prima di tutto per una questione generazionale, ma c’è anche qualcosa di più personale: quando viaggio con mio padre torno a essere figlio. Semplicemente. Posso avere la mia età, essere a mia volta padre, avere responsabilità e una vita costruita, ma quando siamo insieme in moto certi ruoli riaffiorano quasi naturalmente. Ed è una sensazione che conosco molto bene.
Anche per questo ho deciso di raccontare Vie di fuga mantenendo il punto di vista su Nico: avevo bisogno di guardare Franco attraverso gli occhi di un figlio, con tutto ciò che comporta - ammirazione e insofferenza, bisogno di approvazione e desiderio di sottrarsi al giudizio, amore e conflitto. Se avessi raccontato la storia dal punto di vista di Franco probabilmente sarebbe nato un romanzo completamente diverso.
E poi in Nico riconosco alcuni tratti che mi appartengono: l’impulsività, una certa incoscienza, il bisogno di libertà e anche quella forma di amore per se stessi che qualche volta può sembrare egoismo, ma che in realtà è il tentativo di difendere uno spazio personale. Nico vuole scegliere da solo persino quando sceglie male. E credo che sia una delle ragioni per cui entra così facilmente in conflitto con suo padre.
Questa vicinanza ha influenzato anche la scrittura: per Vie di fuga ho scelto volutamente un linguaggio meno crudo rispetto al noir che scrivo abitualmente. Cercavo qualcosa che definirei quasi un “poetico noir”: asciutto, teso, ma capace di concedersi immagini, paesaggio, musica e momenti di contemplazione. È diventato uno dei tratti della voce di Nico Burgio.
Franco, però, oggi riesco a comprenderlo molto più di quanto probabilmente avrebbe fatto il me stesso di qualche anno fa. Forse è questa la risposta: quando viaggio con mio padre torno a essere Nico; quando guardo i miei figli comincio a comprendere Franco.
- Come ti sei documentato circa la Stidda ed i traffici che gestisce la criminalità organizzata siciliana?
La Stidda è una realtà criminale molto meno presente nell’immaginario collettivo rispetto a Cosa Nostra, e proprio per questo mi interessava. Per avvicinarmi a quel mondo sono partito dal lavoro divulgativo di Simone Guida e Nova Lectio, per poi allargare la ricerca ad altre fonti e alla documentazione sui traffici criminali contemporanei, in particolare sui fenomeni dello smuggling e del trafficking. Parallelamente avevo bisogno di rendere credibile tutto il versante tecnologico del romanzo e il passato di Nico nella Polizia Postale. Per questo ho avuto la possibilità di confrontarmi direttamente con un agente della Postale, che mi ha raccontato il lavoro investigativo svolto in rete e quel mondo quasi invisibile fatto di hacker, dark web e deep web, dove gli investigatori cercano continuamente tracce di attività e traffici illeciti. È stato molto utile soprattutto per capire il linguaggio, le procedure e la mentalità di chi lavora ogni giorno in quell’ambiente.
Anche il famoso “casino” che ha distrutto la carriera di Nico prende spunto da vicende reali legate all’uso improprio di informazioni acquisite durante attività investigative. Mi aveva colpito soprattutto il cortocircuito morale: chi dovrebbe sorvegliare un’attività illecita finisce per intravedere, proprio grazie alla propria posizione privilegiata, la possibilità di trarne un vantaggio personale. Ho preso quel nucleo, l’ho modificato, semplificato e adattato alle esigenze della storia, fino a cucirlo addosso a Nico Burgio. Mi interessava perché raccontava perfettamente il personaggio: Nico non nasce come un criminale, ma come un uomo che a un certo punto sceglie una scorciatoia. E quella singola scelta finisce per costargli il lavoro, gli affetti e soprattutto il rapporto con suo padre. In fondo è un’altra delle “vie di fuga” del romanzo.
- Parliamo di colpe dei padri e relative conseguenze sulle vite dei figli: che spazio c’è secondo te per scelte autonome e per l’indirizzo che diamo alle nostre vite?
Credo che non possiamo davvero fuggire da ciò che ci ha generati. La famiglia ci consegna schemi etici, valori, paure, convinzioni e strutture profonde attraverso le quali, almeno inizialmente, impariamo a guardare il mondo. Possiamo accettarle oppure rifiutarle, ma in entrambi i casi partiamo da lì. Credo che il binomio imitazione-reazione abbia un ruolo fondamentale: per molto tempo possiamo riprodurre i modelli ricevuti oppure costruirci per opposizione, facendo esattamente il contrario. Anche fare esattamente il contrario dei nostri genitori può essere un modo per continuare a lasciarci definire da loro. Ma anche reagire significa, in qualche modo, essere ancora condizionati da ciò contro cui stiamo combattendo. La vera possibilità di scelta arriva dopo, quando riusciamo a riconoscere quei modelli per quello che sono.
Ed è qui che entrano in gioco il tempo, l’esperienza e, qualche volta, anche la distanza dall’ambiente familiare. Allontanarsi può servire non necessariamente a rompere un legame, ma a osservarlo da una prospettiva diversa - almeno questa è stata la mia esperienza: prendere una certa distanza, costruire una vita propria e poi tornare a guardare quei rapporti con occhi differenti, cercando anche di sistemare ciò che poteva essere sistemato.
Alla fine credo che diventare adulti non significhi né replicare l’eredità familiare né rinnegarla: significa riconoscerla e decidere consapevolmente cosa conservarne, cosa trasformare e cosa interrompere. In questo senso siamo un’alternativa possibile a un dato che inizialmente ci viene imposto: quello familiare. Ed è esattamente ciò che accade a Nico: per gran parte della sua vita crede di essere l’opposto di Franco, ma proprio questa opposizione dimostra quanto suo padre continui a definirlo. Solo quando smette di combattere contro quella figura può cominciare a capire cosa gli appartiene davvero e cosa, invece, vuole lasciare indietro.
- “Il noir non parla solo di crimine, ma delle crepe che portiamo dentro”: come mai hai scelto di parlare al pubblico attraverso il genere noir?
Sono sempre stato attratto dal nero, ma non tanto come elemento criminale quanto come parte in ombra dell’essere umano. Mi interessano le zone che cerchiamo di nascondere, ciò che rinneghiamo di noi stessi, le contraddizioni che spesso non riusciamo nemmeno a confessare. Credo persino che alcuni dei rapporti più importanti della nostra vita nascano proprio da una sorta di riconoscimento reciproco dell’ombra: ci incontriamo anche attraverso le nostre fragilità, non soltanto attraverso ciò che mostriamo alla luce. Per questo, almeno nel momento che sto vivendo, il noir è il linguaggio che sento più vicino: mi permette di esplorare i grigi dell’animo umano senza avere l’obbligo di assolvere o condannare i personaggi. Può entrare negli spazi scomodi, nelle colpe, nelle ambiguità morali, e soprattutto mettere tutto questo in relazione con il mondo in cui viviamo.
È questo il noir che mi interessa: quello in cui l’ombra individuale e quella sociale finiscono per toccarsi. Un personaggio compie una scelta, ma quella scelta avviene dentro una famiglia, una società, un sistema economico, politico o criminale. A quel punto la domanda non è più soltanto “chi è colpevole?”, ma “quanto di ciò che accade riguarda anche il mondo che abbiamo costruito intorno a quella persona?”. In questo senso credo che il noir possa avere anche una funzione di denuncia quasi sociologica. Non deve necessariamente fornire risposte, anzi preferisco quando lascia qualche domanda aperta e una certa inquietudine dopo l’ultima pagina. Ma allo stesso tempo rimane narrativa di genere: deve intrattenere, creare tensione, avere adrenalina, ritmo e contaminarsi con il thriller. Non vedo una contraddizione tra le due cose. Si può far correre il lettore e, mentre corre, costringerlo ogni tanto a guardare dove sta mettendo i piedi. Forse è proprio per questo che continuo a scrivere noir: posso raccontare un crimine, ma quello che sto cercando davvero è la crepa che lo ha reso possibile.
- Quali progetti hai per il futuro? Puoi anticiparci se stai scrivendo altro?
Posso dire che questo è stato un anno particolarmente creativo. Ho appena terminato un low thriller scritto a quattro mani, un progetto a cui tengo molto e che adesso è alla ricerca della casa editrice giusta, capace di valorizzarlo. Vedremo dove riuscirà ad approdare.
Nel frattempo ho sperimentato parecchio: ho scritto racconti e spin-off legati al mio universo noir e mi sono concesso anche qualche incursione nella fantascienza contemporanea, che mi ha permesso di lavorare con atmosfere e strumenti narrativi diversi dal solito. Continuo inoltre a partecipare a concorsi letterari: il racconto per me rimane una palestra straordinaria, perché obbliga a essere essenziali e a trovare il cuore di una storia in pochissimo spazio.
Ma il progetto più ambizioso, e sicuramente quello che sento maggiormente in questo momento, è il terzo e ultimo capitolo della saga di Riccardo Masi; potrebbe arrivare già nel 2027 e confesso che l’idea mi emoziona molto. Chiudere una trilogia significa tornare davanti a personaggi che mi accompagnano da anni sapendo, questa volta, che alcune strade dovranno necessariamente arrivare alla loro destinazione. Non vedo l’ora di chiudere il cerchio, anche se so già che separarmi da quel mondo non sarà semplicissimo.
Nel frattempo continuo naturalmente ad accompagnare Vie di fuga: ho diverse presentazioni in programma in giro per l’Italia fino a Dicembre e mi piace molto questa fase, perché dopo tanto tempo trascorso da solo con Nico, Franco e Lana adesso posso osservare cosa succede quando la loro storia incontra i lettori.
E poi leggo. Sempre. Le letture continuano ad accompagnare la scrittura e, probabilmente, anche a suggerirmi strade che ancora non so di voler percorrere. Per uno scrittore credo sia difficile immaginare il futuro senza libri sul comodino e qualche nuova storia che comincia già a fare rumore.
Recensione del libro
Vie di fuga
di Roberto Frazzetta
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Intervista a Roberto Frazzetta, autore di “Vie di fuga”
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