Che sorpresa questo romanzo, il secondo di Elena Zucchi per Arkadia Editore. È psicoterapeuta, ma non scrive accademicamente, lo realizza narrativamente, aprendo a uno sviluppo scorrevole della trama, leggero, interessante e in certi passaggi piacevolmente intrigante. È proprio qui la sorpresa de Il tempo degli inganni (Cagliari, collana “Eclypse”, gennaio 2026, 188 pagine).
Meneghina, laureata in lettere moderne alla Cattolica di Milano, con dottorato di ricerca in psicologia nell’Università di Genova, è iscritta all’albo degli psicologi in Lombardia e specializzata in metodologie innovative di formazione manageriale. Cofondatrice e partner di SeStante, gestisce e coordina progetti per aziende e team di lavoro. Autrice di diversi articoli sullo sviluppo del potenziale individuale e organizzativo, ha co-pubblicato libri in materia e nel luglio 2022 il romanzo d’esordio Le scintille di Alma, sempre per Arkadia. Ha frequentato la scuola di scrittura creativa di Raul Montanari, con profitto, come si vede, pardon, come si legge.
Nel secondo romanzo, Arianna Radice è una professionista quasi quarantenne della psiche, con una vita sentimentale più confusa che rarefatta, tutto sommato irrealizzata (mai dire mai, però) e un passato intenso, soprattutto quello adolescenziale, che ha lasciato una traccia nella sua crescita e formazione. È rimasta orfana a quattordici anni dei genitori, morti in un incidente mentre la stavano raggiungendo su sua sollecitazione a Rimini, adottata da una zia anticonformista e libertaria, eternamente innamorata di uomini non sempre adatti, anzi, piuttosto difettosi. Una volta aperti gli occhi sulla realtà di un partner inadeguato, anche dopo qualche anno insieme Bertilla è pronta a voltare pagina, a sostituirli e intraprendere un nuovo giro di valzer con un altro, senza soluzione di continuità.
Arianna vorrebbe imitarla, ma per lei non è indolore, non riesce a farsi scivolare addosso il fallimento delle sue relazioni, come la zia. Vive nella Martesana, un’area storica, un tempo agricola, a nord-est di Milano, attraversata dal Naviglio omonimo, che si spinge verso l’Adda. È lì che ha casa e studio, in cui riceve i pazienti, lo chiama il "faro", dove arrivano tante vite e tante storie.
In una premessa all’intera trama, affiora evidentemente la professione: “è come una stazione, un punto di arrivo ma anche di possibile ripartenza”. Dice che chi la contatta si è smarrito in qualche punto del cammino, ha imboccato direzioni sbagliate dalle quali non ha saputo tornare indietro oppure si è trovato imprigionato in un labirinto d’infelicità e stati d’animo guasti.
Arrivano ammaccati, mi mostrano le loro ferite infette sperando che le curi e ne faccia cicatrici. O, almeno, vogliono da me una sutura robusta, che tenga alle prossime intemperie.
Depressione, nevrosi, compulsioni, ossessioni, anestesie emotive, propositi infranti, oceani di solitudine e abissi di sconforto. Cuori feriti dalla vita si accucciano, cercano sollievo nella resa e nel vittimismo.
Livio Ferrari, il nuovo paziente che ha chiesto d’incontrarla, è un manager quarantacinquenne, un bell’uomo curato, che dimostra una magrezza insolita, innaturale. Ha perso otto chili in un mese e mezzo, perché non riesce ad alimentarsi correttamente, per problemi insuperabili di deglutizione. Un blocco in gola gli impedisce senza rimedio d’ingoiare cibo solido. Non c’è un’origine clinica, ha fatto tutti gli accertamenti possibili, temendo d’essere afflitto da una patologia organica. Ha pure avuto timore che fossero sintomi di un cancro o della SLA. Un primario di neurologia ha diagnosticato un problema di natura non fisica e gli ha consigliato di rivolgersi alla psicoterapia.
È proprio Ferrari, coniugato e con un figlio, a portare la dottoressa Radice a confrontarsi con qualcosa d’irrisolto (oltre agli uomini) nel suo passato. Però, all’altra dottoressa, a Elena Zucchi, non garba giustamente che si finisca per anticipare troppo. Dopo tutto, il romanzo è scritto in modo talmente agile che si arriva molto presto al cuore della psico-vicenda.
Possiamo ricorrere alla professionista e al libro per descrivere il substrato mentale di una nevrosi: il furto compulsivo. Da adolescente Arianna rubava senza motivo piccole cose nei negozi. Aveva cominciato all’Upim, rossetti, profumi, bigiotterie, magliette, accumulando una refurtiva niente male, che spesso regalava. Il cuore batteva forte, provava una certa tensione nervosa, che poi cresceva come adrenalina pura e la caricava, le dava un senso di pienezza, “ottimo contraltare” al vuoto che si portava dentro. Qualche volta, altri sensi di colpa si aggiungevano a quelli per la morte dei genitori, ma si era organizzata, aveva imparato a inghiottirli, a farli ammansire, appiattati, schiacciati dalla brama di possesso.
In breve tempo mi consegnai arrendevole al raptus del furto, come un prigioniero di guerra al suo nemico.
Spesso era assalita dalla sensazione che in lei ci fosse qualcosa di sbagliato, ma la forza perentoria che la spingeva le regalava un piacere tanto intenso da spingerla a non rinunciare. Fino a quando non fu costretta.
Arianna parla in prima persona ed esplora fluidamente il suo passato, come in una seduta di psicoterapia, perchè sa bene che “per ricominciare bisogna prima finire”.
- Autore: Elena Zucchi
- Genere: Psicologia
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Arkadia editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il tempo degli inganni
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