Il primo mondiale, il secondo e in mezzo la guerra d’Etiopia e quella civile in Spagna. Quattro conflitti ai quali parteciparono soldati, sottufficiali e ufficiali compaesani di Alfio Patti, “l’aedo dell’Etna”, poeta, cantautore e scrittore, autore per Algra Editore di Viagrande-Catania di un album di testi e di belle e fitte immagini diffuse, anche a colori, «Io la guerra non la volevo fare». Nella storia di chi non tornò più e nella memoria di chi ha potuto raccontare. Sangregoresi nei grandi conflitti mondiali (23x23 cm, maggio 2025, 132 pagine).
San Gregorio di Catania conta oggi 11.500 abitanti circa, ma centodieci e ottant’anni fa erano molti di meno. I nomi dei caduti di questo paese etneo sono incisi sui monumenti e altri militari ebbero la fortuna di tornare, a volte dopo una lunga e pesante prigionia. Le loro vicende sono le stesse di centinaia di migliaia di italiani delle classi di leva mobilitate nel trentennio 1915-1945, al quale si riferiscono le pagine di Patti, in un volume che può essere considerato esemplare. È l’universalità di queste esperienze che ci fa apprezzare il lavoro; le ha condivise chiunque indossasse uniformi simili a quelle dei giovani e uomini etnei, pur esprimendosi con accenti diversi e provenendo da altre parti d’Italia.
Nella prefazione, il dirigente scolastico Salvatore Musumeci osserva che la ricerca storica di Alfio e il pluriennale “paziente lavoro di scavo negli archivi” hanno colto l’obiettivo di umanizzare i caduti sangregoresi, i cui nomi scritti sulle lapidi dei due monumenti cittadini rischiano di diventare semplici elenchi.
Condivisibile la scelta di aprire il capitolo dedicato alla Prima Guerra Mondiale con la lettera immaginaria di un “milite ignoto” locale, sintesi delle emozioni provate al fronte dai concittadini, descritte nella loro corrispondenza. “T’arrivàu ’a cartullina”. Il chiamato a visita, a vent’anni, è riconosciuto abile alle armi, Esercito Italiano, Distretto Militare di Catania, Mandamento di Mascalucia. Viene avviato alla Scuola di Tiro per Bombardieri, a Santa Lucia di Piave e Susegana, in provincia di Treviso.
La Patria chiamava i suoi figli del meridione e per noi terroni andare al nord era come andare in un altro mondo. Tradizioni diverse, costumi diversi ma soprattutto lingue diverse.
L’arruolamento di leva era “’na cruci”, per la famiglia e per l’interessato, che si era avvicinato una ragazza e si era presentato in casa prima di partire, chiedendo al padre di poter scrivere alla figlia. La Patria aveva chiamato:
Io fui costretto a partire e partii con onestà per servirla, e volevo fare bene il mio dovere, ma io guerra non la volevo fare.
Aveva altri progetti in mente: innanzitutto sposare Teresa, poi cambiare lavoro, costruire una casa e fare figli. Non aveva fatto le scuole, sapeva appena mettere la firma e comporre qualche parola. Al fronte aveva trovato uno che scriveva le lettere per lui, in cambio di qualche sigaretta, biscotti, un po’ di rancio.
“Sono morto” nell’ottobre del 1917, sul Carso, alcuni mesi dopo essere arrivato. Faceva freddo tra le pietraie, ne sentiva tanto, nonostante il cappottone, gli stivali, le fasce mollettiere. Gli avevano dato l’elmetto e un fucile lungo, pesantissimo. C’era molta confusione nel campo, chi correva, chi gridava, il fumo dei cannoni nemici, il rumore delle cannonate. Intorno, feriti e anche morti, neve macchiata di sangue. C’era rumore, fumo e aveva paura. Quand’era arrivata la scheggia di granata alla schiena, si era trascinato fino a un muretto e vi si era appoggiato. Non sentiva tanto dolore, ma non poteva muovere le gambe, era come se non le avesse. Non pensava di morire: “ora mi passa e mi alzo”. Il sangue cominciava a scorrere sotto di lui ed era quasi meravigliato. La testa girava, si sentiva sempre più debole, fino a non sentirsi più. Ma non voleva morire e non provava odio, ferocia, voglia di uccidere. Non era stato lui a voler fare la guerra.
Con poco più di 2mila abitanti nel 1915, San Gregorio di Catania inviò in guerra i suoi figli più giovani e uomini trentenni nel pieno vigore della vita. Perirono in trentaquattro tra il Carso, l’Isonzo, l’Altipiano d’Asiago, il fronte sloveno, il Piave, l’Albania, la Francia, la Grecia e Macedonia Serba. Alcuni vennero fulminati in combattimento o morirono in un ospedaletto da campo per le ferite riportate, altri si spensero negli ospedali di Verona, Lucca, Vicenza per malattie contratte in trincea. Sette caddero nella Seconda Guerra Mondiale, qualcun altro non tornò, né vivo né morto.
Tra i caduti nel 1940-45, anche una medaglia d’oro, il maggiore Michele Purrello, agrigentino del 1892 ma sangregorese d’adozione, morto a Bardia, in Cirenaica, il 3 gennaio 1941, ucciso dai colpi esplosi da carri armati australiani, ai quali si opponeva con bombe a mano. Fu decorato col massimo riconoscimento al valore militare alla memoria, consegnato in forma solenne al figlio maggiore Giovanni, il 4 novembre del 1949. Era stato sepolto nel Sacrario Militare di Tripoli, ma quando Gheddafi ordinò lo smantellamento i suoi resti furono traslati con altre di migliaia di commilitoni nel Sacrario ai Caduti Oltremare, costruito a Bari.
Tra i sangregoresi, anche marinai. Uno, Domenico Anastasio, è stato imbarcato sull’incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli, la nave più fortunata della Regia Marina, impegnata in azione, colpita e sopravvissuta al conflitto (come Domenico). Secondo lo storico navale Giorgio Giorgerini, a Pantelleria un proiettile nemico ferì otto uomini dell’equipaggio della bella nave, attraversando il quadrato ufficiali e danneggiando la scritta a parete che riprendeva il celebre motto del condottiero emiliano Montecuccoli (1609-1680): “Centum Oculi”. Perse la lettera "O" in rilievo, restando “Centum culi”, scaramanticamente propiziatorio. Non venne più riparata.
- Autore: Alfio Patti
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788893418430
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: «Io la guerra non la volevo fare»
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