L’89 per me è stato un anno bellissimo: è nato mio figlio, molto atteso. La nascita di un figlio, quell’anno, è stata accompagnata dal crollo del muro di Berlino. La speranza che il mondo stesse cambiando in meglio, che la guerra fredda si stesse dissolvendo, aveva acceso in noi occidentali nuove speranze. L’Unione Sovietica, con la sua economia oppressa dal comunismo, sembrava finalmente al tramonto. Da quel muro crollato sarebbe entrata in quei Paesi la democrazia, con i suoi valori e le sue idealità. Eravamo convinti che noi occidentali fossimo i detentori di quei valori e che il nostro modello avrebbe finalmente portato libertà e democrazia a chi non le aveva avute.
È con questa convinzione che ho iniziato a leggere Imperi allo specchio di Federico Fubini (Mondadori, 2026). Il libro parte dalla Russia, ma poco alla volta ci costringe a guardare anche noi stessi. Fubini recupera un’intuizione di Keynes: le potenze avversarie possono finire per legarsi attraverso nodi psicologici ed economici invisibili. E allora la domanda diventa: che cosa succede a una potenza quando improvvisamente scompare il nemico che per decenni ha contribuito a definirla?
Un passaggio che mi ha colpita riguarda Andropov. Già nel 1968 aveva segnalato a Brežnev il grande ritardo tecnologico dell’Unione Sovietica. Ma quel messaggio venne ignorato. Secondo Fubini, qualcosa di simile accadde all’Occidente dopo il 1989: la vittoria ci fece credere che il nostro modello avesse ormai vinto definitivamente. E mentre guardavamo la sconfitta dell’altro, rischiavamo di non vedere le nostre debolezze. Poi arriva il 1991. Il colosso imperiale che avevamo contribuito a mettere in crisi aveva deciso di abbandonare l’economia socialista e di adottare quella capitalista, facendosi consigliare dall’America. Eravamo convinti di poter americanizzare un Paese. Ma Fubini racconta una trasformazione molto diversa da quella immaginata.
La terapia d’urto, la liberalizzazione dei prezzi e le privatizzazioni furono introdotte rapidamente in un Paese nel quale mancavano ancora molte delle istituzioni necessarie a sostenere un vero mercato. I cittadini si impoverirono e i loro risparmi vennero travolti dall’inflazione. Poi arrivarono i voucher, pensati per distribuire ai cittadini una parte della ricchezza dello Stato. Ma chi aveva fame poteva essere costretto a vendere immediatamente quel piccolo patrimonio. Così, secondo Fubini, la privatizzazione finì per concentrare un’enorme quantità di ricchezza nelle mani di pochi. Nacquero gli oligarchi. E con la concentrazione della ricchezza arrivò anche quella del potere. Fubini dedica molta attenzione agli economisti americani che parteciparono alla trasformazione dell’economia russa e ai conflitti d’interesse che emersero in alcuni casi. È un passaggio che mi ha colpita perché non racconta soltanto gli errori della Russia, ma mette in discussione anche il modello che l’America stava esportando. Secondo Fubini, quelle vicende contribuirono a compromettere la credibilità del modello americano agli occhi di molti russi e offrirono ai futuri autocrati un argomento contro l’ipocrisia delle democrazie liberali.
Nel 1996 il rapporto tra politica e oligarchi diventa ancora più stretto. Per impedire il ritorno dei comunisti, il potere politico si appoggia agli oligarchi, che ottengono in cambio un’enorme influenza. La democrazia viene così svuotata dall’interno. Da questo terreno emergerà poi Putin. Ed è qui che Fubini cambia lato dello specchio e ci porta negli Stati Uniti, a Gary, nell’Indiana, una città segnata dalla deindustrializzazione, e cerca di mostrare come anche in una democrazia il potere economico possa arrivare a condizionare la politica e la vita di una comunità. Non dice che Russia e America siano la stessa cosa. Cerca piuttosto di mostrare come alcuni meccanismi possano assomigliarsi: la concentrazione della ricchezza, il rapporto tra denaro e politica, la perdita di fiducia nelle istituzioni.
È in questo contesto che Fubini mette a confronto Putin e Trump. “Due leader, uno stesso ecosistema” è una delle formule più forti del libro. Nelle pagine finali ripercorre le loro vicende personali e politiche, mostrando i diversi percorsi attraverso i quali sono arrivati al potere e i contesti sociali ed economici nei quali si sono formati. Poi arriva la “sindrome di Weimar”: umiliazione, crisi economica e sociale, indebolimento delle istituzioni, uomo forte, ricerca di un nemico. E qui Fubini lascia al lettore una domanda: questo meccanismo può riguardare anche le democrazie occidentali?
Nel 1991 eravamo convinti di poter esportare il nostro modello in Russia. Volevamo americanizzare la Russia. E invece, secondo Fubini, è successo qualcosa di diverso: alcuni dei meccanismi che avevamo contribuito a introdurre nella Russia postcomunista sono tornati verso di noi. È l’eterogenesi dei fini. Ed è forse questa la cosa che più mi ha colpita del libro. Ho iniziato a leggerlo pensando alla Russia e mi sono ritrovata a guardare l’Occidente. E soprattutto a ripensare a quel 1989 che per me era stato un anno di speranza. Quella speranza non è scomparsa, ma oggi mi sembra più difficile dare per scontato che noi occidentali siamo semplicemente quelli che hanno qualcosa da insegnare agli altri.
Forse lo specchio di Fubini serve proprio a questo: non a dirci che Russia e Occidente sono uguali, ma a ricordarci che anche chi pensa di aver vinto deve continuare a guardare le proprie debolezze. Il libro è ricco di nomi di politici, economisti, uomini d’affari e altri personaggi russi e americani che, in questi ultimi trent’anni, molti di noi hanno conosciuto, o almeno sentito nominare. Una sorta di grande commedia umana, che si è svolta davanti ai nostri occhi e di cui non riuscivamo a cogliere fino in fondo tutti i protagonisti e le trame che li legavano.
- Autore: Federico Fubini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Imperi allo specchio
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