Vi avverto che la premessa sarà articolata. E anche un po’ lunga, se è per questo. Ma il gioco del calcio merita in quanto metafora della vita. Dallo smantellamento del Muro in avanti, per esempio è diventato specchio della capitalizzazione globale. La stessa che in modo arrogante e senza uno straccio di contraltare ideologico ha robotizzato dinamiche sociopolitiche e calcistiche insieme. La coppa del mondo chiamata in causa da questa premessa risale al 1990 e non è citata per caso. Il mondiale si gioca in Italia, per i patrioti della prima e dell’ultima ora, è il mondiale retorico delle “notti magiche, inseguendo un gol”. Ma data la fattispecie a noi questo interessa poco. Per arrivare al romanzo di Barbi Marković Polvere di Piksi (Voland, 2026, traduzione di Lucia Assenzi), ciò che in primo luogo ci interessa è una singola partita di quel Mondiale. E della piega che prende la storia per via del suo risultato.
L’incontro fra Jugoslavia e Argentina è un quarto di finale, si gioca al Franchi di Firenze, temperatura arroventata, 40 gradi all’ombra. Quella jugoslava è una nazionale giovane e di buoni talenti, l’Argentina ha gli dei del pallone (e non soltanto) dalla sua, non fosse che per la maglia numero 10 indossata da Armando Maradona. Qualche riga fa vi ho accennato alla Storia. La Storia quel giorno, a dispetto del caldo, è affacciata alla finestra, e aspetta. Ha già intuito la paradigmaticità dell’evento. Sa che di lì a poco col destino della nazionale jugoslava si compirà anche il destino dell’intera Jugoslavia. A seguito del vacillare del comunismo dopo la dismissione del Muro, politicamente e socialmente vacillante già di suo. Pane per i suoi denti, dunque. Pane per i denti della Storia, intendo. Che non di rado s’intreccia con lo sport. La partita poi va come deve andare: i novanta minuti regolamentari non si schiodano dallo zero a zero, si arriva ai supplementari e poi ai calci di rigore. Un’altalena al cardiopalma. Fino all’errore decisivo di Faruk Hadzibegić: tiro poco angolato respinto dal portiere argentino: la Jugoslavia è fuori dal torneo. Sarà la sua ultima volta in un campionato del mondo.
Complice l’ignavia della comunità internazionale, nemmeno un anno dopo in Jugoslavia scoppia il conflitto etnico. Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, lo stesso fa la Bosnia. La guerra fratricida annovera somme da tragedia: oltre 140.000 morti, 20.000 dispersi, 4 milioni di profughi. A più di trent’anni dalla partita mondiale di Firenze, nei Balcani gira ancora la leggenda che se la nazionale Jugoslava ce l’avesse fatta con l’Argentina, e poi a vincere anche i Mondiali, la ritrovata coesione avrebbe potuto impedire la guerra fratricida. Questo è l’antefatto e questa è la storia. E questo è anche lo spunto dell’originale Polvere di Piksi: in una lingua asciutta e musicale che cattura, Barbi Marković convoglia insieme i tratti distintivi del romanzo di formazione e della cronaca di una partita, prologo della fine di una nazione.
Fate tesoro dell’efficacia narrativa della Marković: in antitesi al retoricismo stereotipato delle cronache sportive, lei allarga il focus sulla sconfitta, lo estende a una morte annunciata: la morte annunciata di una Jugoslavia frastagliata dalle morgane liberiste-nazionaliste del neo-capitale.
Il risultato è amaro come una zucchina velenosa. Un’eclatante sconfitta su tutti i fronti. Il volto umano piange. Uno scenario di horror, una catastrofe socioideologica totale. È difficile da afferrare che qui, in questa occasione, abbiamo definitivamente mollato la presa e ci siamo lasciati scivolare tutto tra le dita. Siamo tutti sotto shock […] inizia una competizione infame. Non facciamo in tempo ad asciugarci il viso che comincia la rincorsa ai soldi e agli immobili. Ai blocchi di partenza, pronti, via. Per la maggior parte delle persone il barometro emotivo è ancora al minimo. Quello che sta succedendo qui è assurdo, ma in un modo triste […] quello a cui assistiamo è un declino colossale. Oggi milioni di persone hanno gioito per sé stesse, per i loro amici e per tutto ciò che c’era di buono – e milioni di persone hanno dovuto incassare una pesante sconfitta […] Ma già da tempo la squadra e la gente, nella famiglia e nel paese, erano diventate più passive. E ora questi strani padri e i loro figli, che con le lacrime agli occhi si rassicurano a vicenda che i giocatori sono stati bravi […] Piangono ancora. Per i loro amici. Piangono per il mare o per un fiume o un monte che molto presto si troverà in un altro paese. Piangono per l’idea di solidarietà, l’idea più morta di tutte. Piangono perché dovranno lasciare i loro paesi, perché finiranno per distruggerli. Piangono perché dovranno andare in guerra, dovranno ammazzare. Perché dovranno diventare o stronzi o vittime. Piangono perché sono stati ingenui non abbastanza cinici, o perché avevano ragione […] Le lacrime trascinano via tutto, come l’alluvione nel documentario sul tredicesimo cinghialetto abbandonato dalla sua mamma che riuscirà a sopravvivere soltanto stringendo improbabili alleanze con altre specie animali. Cosa avete fatto? Voi che ora vi sciogliete in lacrime, voi idioti di tutte le squadre e di tutte le nazioni, cosa avete fatto?
La domanda rimbomba funerea e pleonastica, in quanto la risposta è: nulla. Nulla è stato fatto da chi poteva fare, a parte assistere passivamente alla mutazione genetica di uno Stato, e - a stretto giro - del mondo.
Con la rimozione massiva dei sistemi comunisti si è gettata l’acqua sporca insieme al bambino. E il peggio è che le finte democrazie erette in vece loro - in vece, cioè, dei governi comunisti - legiferano indisturbate a scapito di popolazioni passive, deprivate di solidarismo e pensiero critico, e quindi della speranza. Non fatevi illusioni: questa non è affatto un’altra storia. La storia della Jugoslavia è molto simile a quella degli stati satelliti dell’ex Unione Sovietica. E a quella degli odierni Stati sudditi del capitale.
Con la trama del romanzo me la cavo in due parole, tanto a questo punto avete capito di quale pasta dialettica e acuminata si compone. Dunque: la città è Belgrado, l’anno il 1989. Con il crollo (insomma) del Muro di Berlino sta per aprirsi una voragine sistemica nelle nazioni a regime comunista, ma Barbi all’epoca può appena intuirlo. Quando la incontriamo sta per compiere otto anni, e suo padre pensa bene di propinarle il solito pellegrinaggio allo stadio. Peccato che a Barbi il calcio non piaccia affatto. Diciamo meglio che lo detesta, nel senso più viscerale della parola. Ma tant’è. Per via della giornata ostaggio di un sole impietoso, succede che Barbi sviene sugli spalti, e certo com’è di rianimarla, il padre la cosparge con la polvere sollevata dagli scarpini prodigiosi di Dragan Stojković, altrimenti detto Piksi. Come nel climax di una favola dolce/amara, succede però (succede per sua fortuna) che invece di risvegliarsi con indole da ultrà (come auspicato dal padre) la bimba si risveglia genio della parola. Scritta e parlata. Polvere di Piksi lo comprova con apodittica evidenza (se davvero è per merito della polvere dei tuoi scarpini magici, grazie di cuore Dragan Stojković).
Attraverso il sostegno di una prosa fluida e luminosa, e col valore aggiunto di una misurata ironia, Polvere di Piksi si attesta così come il racconto metaforico di una duplice dissoluzione (nazionale e familiare, pubblica e privata), emblematizzata dai collanti aggregativi delle ritualità calcistiche e da una partita che - secondo leggenda - avrebbe potuto cambiare il destino della Jugoslavia.
Romanzo eccellente, e non dico per dire.
- Autore: Barbi Marković
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Voland
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788862436281
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata sololibri.live
Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Polvere di Piksi
Lascia il tuo commento