Dopo aver letto con interesse, accanimento e commozione il romanzo di Allen Levi Theo da Golden e la forma della felicità (Salani, 2026, trad. di Alessandra Casella) capisco il logo sula copertina: "Bestseller internazionale n° 1, New York Times". Una piuma grigia campeggia sulla copertina, una delle parole chiave della storia che con abilità di narratore lo scrittore americano regala a lettori di ogni età, ogni provenienza, ogni formazione.
Il personaggio protagonista del racconto si chiama Theo, è un vecchio signore ultraottantenne, ancora vigoroso, elegante e misterioso, che si presenta improvvisamente nella città di Golden, in Georgia, senza che nessuno sappia chi sia e quali ragioni lo abbiano portato nella cittadina al sud degli Stati Uniti. Viene da New York City, dove ha vissuto gli ultimi venti anni anche se è di origine portoghese. A nessuno rivela il suo cognome, né la sua attività di imprenditore.
Nel bar al centro della città, Il Calice, vede attaccati alle pareti una serie di ritratti a matita, bellissimi, e chiede al proprietario Shep il nome dell’autore, perché intenzionato a comprarli per poi farne omaggio alle persone ritratte. Per far questo comincia a relazionarsi con molti dei cittadini: il libraio Tony, proprietario di Verbivoro, una libreria che rischia di chiudere per a scarsità delle vendite, il cittadino più illustre, proprietario della vecchia magione, Ponder House, che gli offre un appartamento elegante all’ultimo piano del suo palazzo e la sua amicizia, e ancora il pittore Asher, che nel suo atelier conserva ancora molti quadri invenduti. Theo comincia a scrivere a mano lettere indirizzate alle persone ritratte, per lo più sconosciuti, molti dei quali rispondono, pur se incuriositi e talvolta spaventati dalla generosità stravagante di uno sconosciuto.
Lo scrittore ci presenta una galleria di personaggi dalle origini più disparate: la pazza homeless Ellen che con una vecchia bicicletta attraversa compulsivamente la cittadina, stabilendo con Theo un insolito rapporto di complicità e confidenza; Kendrick Whikater, che pulisce di notte i locali dell’università cantando con voce superba “Summertime”, per essere libero di giorno di assistere la figlia Lamisha, vittima di un grave incidente stradale; il talentuoso violoncellista Simone Lavoie, che sta costruendosi una carriera di musicista con enormi sacrifici. Tutti costoro, e molti altri, costituiscono una sorta di coro intorno a cui Theo sta costruendo la sua presenza di benefattore disinteressato nei confronti di un’intera comunità che non riesce a spiegarsene la ragione. La capiremo noi lettori solo alla fine della storia, poetica, lirica e piena d’amore gratuito.
Qualche pagina un po’ retorica forse, ma complessivamente un libro bello, pieno di natura e buoni sentimenti, di arte, di bellezza, di libri, di musica raffinata, di belle persone e con un finale inatteso e molto ben organizzato dal punto di vista della costruzione della trama, abilità che contraddistingue la maggior parte degli scrittori americani contemporanei. Theo da Golden e la forma della felicità è un romanzo d’esordio, e si è aggiudicato un’enorme notorietà in tutto il mondo, forse per la celebrazione della gentilezza, dei buoni sentimenti, della generosità leggera come una piuma che aleggia e si posa sul destino delle più diverse persone. Libro molto consigliato per la qualità letteraria e per il portato umano così difficile da rintracciare nella narrativa attuale.
- Autore: Allen Levi
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Salani
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Theo da Golden e la forma della felicità
Ci sono romanzi che raccontano una storia e altri che, attraverso una storia, provano a ricordarci qualcosa che abbiamo smesso di vedere. *Theo da Golden e la forma della felicità*, esordio narrativo di Allen Levi, appartiene alla seconda categoria.
La vicenda prende avvio dall’arrivo di Theo, un anziano uomo portoghese, elegante e riservato, in una piccola cittadina della Georgia. Di lui si sa pochissimo: non racconta il proprio passato, non offre spiegazioni sulla sua presenza a Golden e si limita a dire di avere alcuni affari da sistemare. Il suo vero interesse, tuttavia, sembra essere rivolto alle persone che incontra.
In una caffetteria Theo rimane colpito da novantadue ritratti a matita realizzati da un artista locale, Archer Glissen. Sono volti comuni, appartenenti agli abitanti della cittadina, ma negli occhi di Theo quei disegni acquistano un significato particolare. Decide così di acquistare i ritratti e di consegnarli personalmente alle persone raffigurate.
Da questo gesto apparentemente semplice nasce il cuore del romanzo.
Ogni ritratto diventa infatti l’occasione per un incontro e, soprattutto, per uno sguardo nuovo. Theo non si limita a consegnare un’immagine: ascolta, osserva e sembra riuscire a riconoscere negli altri qualità che gli stessi interessati hanno ormai dimenticato di possedere. Attraverso questi incontri il lettore entra progressivamente nelle vite degli abitanti di Golden, scoprendone solitudini, rimpianti, fragilità, desideri e ferite.
È proprio questa struttura corale uno degli aspetti più interessanti del libro. Theo rimane il centro della narrazione, ma non ne è l’unico protagonista. Le persone che incontra diventano altrettanti piccoli racconti all’interno della storia principale e permettono all’autore di costruire un mosaico umano nel quale il tema della felicità non viene affrontato come una condizione ideale, ma come qualcosa che può nascere dalle relazioni, dall’ascolto e dalla capacità di sentirsi finalmente riconosciuti.
Il romanzo sceglie deliberatamente di procedere con lentezza. Non è una storia costruita sulla tensione narrativa o sull’azione: il suo motore sono gli incontri. Questa scelta può richiedere al lettore un certo adattamento, soprattutto nella parte centrale, dove la vicenda principale lascia spesso spazio alle storie individuali dei personaggi. Allo stesso tempo, proprio questa dilatazione permette di comprendere il progetto di Levi: **la vera storia non è soltanto scoprire chi sia Theo, ma osservare ciò che la sua presenza produce negli altri**.
Anche Theo, però, non è semplicemente il benefattore misterioso che sembra inizialmente essere. Dietro la sua disponibilità e la sua capacità di comprendere gli altri emerge progressivamente un passato fatto anche di errori, rimpianti e scelte personali. Il personaggio acquista così una dimensione più umana: la sua attenzione verso gli altri non nasce dalla perfezione, ma dalla consapevolezza maturata attraverso la propria esperienza.
Lo stile di Levi è piano, accessibile e fortemente dialogico. L’autore non ricerca una prosa particolarmente elaborata e privilegia una narrazione limpida, costruita attraverso conversazioni e scene quotidiane. Questa semplicità costituisce al tempo stesso la forza e il limite del romanzo: da una parte rende la lettura scorrevole e immediata, dall’altra può talvolta risultare fin troppo esplicita nella costruzione del messaggio.
Ed è proprio questo uno degli elementi che, a mio avviso, rende il libro interessante anche dal punto di vista editoriale. *Theo da Golden* non cerca di nascondere la propria componente edificante: sceglie consapevolmente di raccontare la bontà, la generosità e la possibilità di un cambiamento attraverso gesti piccoli e concreti. Per alcuni lettori questa scelta potrà apparire idealizzata; per altri rappresenterà invece il principale motivo di coinvolgimento emotivo.
Particolarmente riuscita è l’idea dei ritratti: il volto disegnato diventa una metafora dello sguardo. Essere ritratti significa essere osservati, ma soprattutto essere riconosciuti. Theo restituisce agli abitanti di Golden un’immagine di loro stessi e, nel farlo, sembra restituire loro anche la possibilità di guardarsi con occhi diversi.
Il titolo italiano, *La forma della felicità*, trova quindi la propria ragione proprio in questa idea: la felicità non possiede necessariamente una forma straordinaria. Può assumere quella di un incontro, di un gesto inatteso, di una conversazione, di un ritratto consegnato alla persona giusta o semplicemente della sensazione, spesso rara, di essere stati davvero visti.
Il romanzo presenta anche alcuni passaggi più discutibili. La caratterizzazione di Theo tende a renderlo, almeno per buona parte della narrazione, quasi una figura ideale e il messaggio sulla bontà può talvolta risultare più dichiarato che suggerito. Inoltre, la struttura episodica rallenta il ritmo e può far percepire alcuni personaggi come funzionali soprattutto alla trasmissione del messaggio centrale.
Tuttavia, proprio nella sua scelta di raccontare una bontà non spettacolare, *Theo da Golden* trova la propria identità.
È un romanzo che non pretende di spiegare la felicità, ma prova a mostrarne alcune possibili forme attraverso le persone. E forse il suo messaggio più interessante è anche il più semplice: spesso non abbiamo bisogno che qualcuno risolva i nostri problemi; abbiamo bisogno che qualcuno si fermi abbastanza a lungo da accorgersi che esistono.
**Giudizio complessivo: 4/5**
Un romanzo delicato e fortemente orientato ai sentimenti, sostenuto da una struttura corale efficace e da un protagonista capace di catalizzare le storie degli altri. Non è una lettura adatta a chi cerca ritmo serrato o particolare complessità stilistica, ma può conquistare chi desidera una narrazione luminosa, centrata sulle relazioni umane e sulla possibilità di trasformare la vita degli altri attraverso gesti apparentemente piccoli.