Nel suo Il piccolo libro dei colori (Ponte alle Grazie, 2006), lo storico delle nuances Michel Pastoureau, rispondendo alle domande di Dominique Simonnet sul colore verde, sostiene:
esso rappresenta tutto ciò che si muove, cambia, varia. Il verde è il colore del caso. Del gioco, del destino, della sorte, della fortuna… […] Il verde rappresenta la sorte, ma anche la malasorte, la fortuna ma anche la sfortuna, l’amore nascente ma anche l’amore infedele, l’immaturità (dei frutti verdi) ma anche il vigore (la verde vecchiezza)… Nel corso del tempo, è stata la valenza negativa ad avere la meglio: a causa della sua ambiguità, questo colore ha sempre angosciato. Così, si è presa l’abitudine di raffigurare in verdognolo gli spiriti maligni, i demoni, i draghi, i serpenti e le altre creature malefiche che vagano tra i mondi, tra il mondo terrestre e l’aldilà.
“L’amore infedele”, “ambiguità”, “ha sempre angosciato”, “le creature che vagano tra i mondi”: ho fatto un piccolo saltello sul posto sfogliando questo libro nella libreria dove lavoro, pochi giorni dopo aver concluso Autoritratto in verde, il nuovo titolo di Marie NDiaye portato da appena un giorno in Italia da Prehistorica editore nella traduzione dal francese di Antonella Conti - proprio come il precedente La strega, romanzo finito nella prestigiosissima shortlist dell’International Booker Prize 2026.
Ambiguità, dunque. Di certo è ambiguo definire "autoritratto" un testo che procede a frammenti e che parla di altre donne, avanzando pagina dopo pagina a incontri e scontri; non un errore di lemma, ma la dimostrazione della possibilità di parlare di sé inanellando esperienze altrui. La donna che prende voce fin dalla prima pagina, infatti, si presenta attraverso un diario scomposto, partendo da un elemento di sgomento e terrore: la Garonna, il fiume che nasce sui Pirenei e che attraversa la Francia sud-occidentale, rischia di esondare. Da questa situazione di timore e angoscia scatta, due pagine dopo, la descrizione del primo incontro con
una forma indefinita che subito dopo si confondeva nella mia memoria con l’unico albero presente sul terreno, un alto e frondoso banano.
È la prima, e forse la più significativa delle donne in verde, figure femminili ammantate di questo colore (ma non è tanto la tonalità degli occhi o la sfumatura degli abiti a definirle tali, quanto un’essenza che emana da tutto il loro essere) che, proprio come nell’estratto di Pastoureau, sembrano essere al limite fra due mondi, in comunicazione con due poli opposti, tanto da apparire e scomparire, mostrarsi e celarsi agli occhi altrui.
Ed è da queste apparizioni che infestano la voce narrante fino a trasformarsi in un’ossessione che la romanziera francese si mette alla ricerca dell’identità propria, attraversando continenti e sondando pezzi di vissuto. Vecchie amicizie che, con una capriola del destino, diventano matrigne, madri lontane che mostrano le difficoltà del prendersi cura e figure poco definite che diventano campo di scontro fra genitori e figli, le donne in verde si insinuano negli anfratti della maternità, ponendo costantemente la protagonista in bilico, nel dubbio. L’autobiografia si fa dunque inquietante, ma sembra essere proprio in quelli che, nella postfazione, Ornella Tajani definisce “prologo sfasato”, “diffrazione dell’identità” e “figura palinsesto” che il realismo magico incontra l’indagine più profonda sul sé stessi.
Con Autoritratto in verde, la pluripremiata autrice francese mette su carta un testo non facile, inusuale e inaspettato, un dialogo fra parola e fotografia, fra sé e l’altro, fra piani temporali e ruoli familiari, in un campo di indagine dove mai nessun altro autore e altra autrice hanno saputo spingersi. Dimostrazione di come immergersi in sé stessi possa essere l’esperienza più straniante che siamo chiamati a compiere.
- Autore: Marie NDiaye
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Autoritratto in verde
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