La vicenda di Artù, nel racconto di Fratello Derfel, anziano monaco, venerato come un santo nella Britannia del V secolo, ma già guerriero al seguito del sovrano dell’isola, che nessuno conosceva però con quel titolo regale. Se non la storia vera del “rex quondam, rex futurum”, ecco la ricostruzione narrativa immaginata dal narratore londinese Bernard Cornwell, ora cittadino americano. Del popolare scrittore inglese, amato dai lettori nel mondo per i suoi romanzi storico cavallereschi, Longanesi ha riproposto una coppia di titoli editi quasi trent’anni fa, unificati in un volume recente, Excalibur (luglio 2026, collana “La Gaja scienza”, 552 pagine), nella tradizione di G.L. Staffilano e Riccardo Valla. Riprendono l’omonimo, terzo e ultimo libro della serie The Warlord Chronicles, pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 1997, dopo The Winter King ed Enemy of God. In Italia apparve l’anno dopo, distinto in due testi, Il tradimento e La spada perduta. La saga inglese si sviluppava in tre titoli, la versione italiana in cinque.
Nella visione cornwelliana del ciclo arturiano, la trilogia propone la leggenda del signore della guerra Arthur, figlio di Uther Pendragon, attraverso gli occhi del suo seguace Derfel, detto Cadarn (il valoroso, il potente). Un Artù tradito dagli amici più amati, avvilito anche dell’infedeltà della moglie Ginevra, riprende a battersi per la libertà della Britannia, messa a repentaglio dai Sassoni e cerca di unire nella resistenza i regni di Powys, Gwent e d’Irlanda, nel nome del re della Dumnonia Mordred, suo protetto. Anche Lancillotto è passato dalla parte del nemico, del resto non è l’eroe senza paura e soprattutto senza macchia che tanti hanno raccontato. Perfino la figura di Merlino è proposta in negativo rispetto all’epica abituale. Qui è un religioso druido invasato dal miraggio di rinnovare il culto magico superstizioso delle divinità sanguinarie del pantheon pagano. Si accanisce a riunire i tesori ancestrali, tra i quali la spada Excalibur, che avrebbero il potere di sconfiggere la rivalità invadente della chiesa cristiana.
Quattro le parti in cui è diviso il romanzo unificato: I fuochi di Mai Dun, Le lance dei sassoni (la battaglia di Mynydd Baddon), La vendetta di Nimue e L’ultimo incantesimo. Il potente Merlino e la sacerdotessa druidica Nimue, ex amante di Derfel, si adoperano a tutti i costi per risvegliare gli antichi dei, scontrandosi con il fin troppo mite Artù, che disdegna i sacrifici umani, combatte il fanatismo religioso divisivo e crede in una società fondata sulla convivenza, la pace e la giustizia.
Derfel, protagonista e narratore della saga storica di Cornwell, è un orfano di madre (Erce, ragazza sassone violentata dal proprio re Aelle). Sopravvissuto da neonato a un sacrificio pagano, viene considerato da Merlino un prescelto, caro agli dei. Addestrato come britanno, diventa un guerriero, campione, condottiero e lord fidato di Arthur Pendragon, il difensore della Britannia post-romana, minacciata dagli invasori sassoni e minata dai conflitti interni. Non più Cadarn il potente e ormai giunto al termine della vita in un monastero, fratello Derfel scrive in segreto e la storia di Artù, nella lingua sassone, con grande sincerità e senza orpelli retorici.
Si ritiene che l’autore si sia ispirato a San Derfel (Derfel Gadarn), eremita e monaco, già leggendario santo guerriero cristiano del VI secolo. La tradizione gallese lo voleva tra i pochi cavalieri arturiani sopravvissuti alla battaglia di Camlann, che la tradizione conosce come l’ultima battaglia di Artù, in cui cadde o venne ferito a morte. Merlino lo aveva chiamato Derfel (quercia) e allevato ad Avalon, insieme a una bambina predestinata, Nimue, che il giovane amerà, prima della principessa del regno di Powys, Ceinwyn. La passione per la nobile gallese sarà un ragione in più di contrasto con Lancillotto, oppositore di Artù.
Lo stesso Cornwell informa che gli storici, sebbene con una certa riluttanza nel riconoscere l’effettiva esistenza di Artù, sembrano concordare sulla vittoria britanna in una grande battaglia contro gli invasori sassoni, all’incirca verso l’anno 500 d.C., in un luogo chiamato Mons Badonicus, Mons Badonis o Mynydd Baddon, vale a dire Monte Baddon o Badon. La considerano peraltro una battaglia molto importante, perché il successo dei britanni riuscì a rinviare per almeno un’altra generazione l’espansione sassone nel territorio meridionale della grande isola oltre il canale. La battaglia fu più che altro un assedio, secondo Gildas, lo storiografo della conquista sassone della Britannia, di poco postumo rispetto al periodo arturiano, che non precisa, tuttavia, se Artù fosse presente alla grande vittoria, “l’ultima sconfitta di quei miserabili”. Solo due secoli dopo, nella Historia Brittonum, in genere attribuita a Nennio, si afferma che comandasse i britanni al Mons Badonis, guidati un un attacco che uccise novecentosessanta uomini in poche ore. Portò “la croce del nostro signore Gesù Cristo sulle spalle per tre giorni e tre notti”, si legge negli Annales Cambriae, annotati nel X secolo da alcuni monaci del Galles occidentale. Non sorprende invece che il Venerabile Beda, un sassone la cui Historia ecclesiastica gentis Anglorum apparve nel secolo VIII, non faccia menzione del nome di Artù nel citare la sconfitta dei sassoni. Risulta infatti che abbia ricavato gran parte delle informazioni da Gildas. I quattro documenti sono le uniche fonti antiche della battaglia (e tre nemmeno abbastanza antiche). È stata combattuta davvero?
È probabile, conclude Cornwell, che il mitico signore della guerra non sia mai vissuto davvero. Gli storici si sforzano di negare la sua esistenza, ma è indubbio che per per milioni di persone di tutto il mondo sia il leggendario “Arthurus, re del passato e del futuro”, eternato da un ignoto copista del XIV secolo.
- Autore: Bernard Cornwell
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Longanesi
- Anno di pubblicazione: 2026
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