I lettori e le lettrici fedeli al suo catalogo lo sanno già bene, non essendoci praticamente mai stati sgambetti in questi anni: Utopia Editore ci porta in giro per il mondo, spesso nelle periferie più sconosciute o emarginate del globo, attraverso romanzi potenti e ammalianti, sorprendenti e stupefacenti. Non fa eccezione l’ultima uscita, Gente di Timor dello scrittore indonesiano Felix Nesi, proposto nella traduzione di Elena Ricchitelli e nelle librerie da qualche settimana. Dopo il successo della traduzione in inglese, che gli è valsa una lode unanime, l’autore indonesiano approda così nel nostro paese, mentre nel suo, come si legge nell’aletta del volume, si impegna costantemente allo sviluppo culturale, fra l’apertura di una libreria e la creazione di uno dei maggiori festival letterari dell’isola di Timor.
È proprio sull’isola indicata nel titolo, impiantata nel sudest asiatico e divisa attualmente fra due stati, che si svolgono le vicende dei numerosi personaggi, fra atrocità e sensualità. Più precisamente il romanzo si apre, in un incipit alla García Márquez (Cronaca di una morte annunciata), qualche minuto prima del fischio iniziale della finale dei mondiali di calcio del 1998, quando la Francia sconfisse con un netto 3-0 la Seleção; e su quella disfatta brasiliana si chiude, in una struttura circolare che dentro racchiude non la linearità regolare di un diametro, bensì una massa di segmenti che si incrociano e scontrano, si allacciano e slacciano.
Infatti si potrebbe sostenere che la vera protagonista dell’opera di Nesi sia la comunità di Oetimu, un villaggio immaginario che prende però in prestito dalla realtà la fitta trama di soprusi, violenze e corruzione del territorio.
Oetimu era situata all’estremità meridionale del distretto di Makmur Sentosa e fungeva così da punto intermedio tra il capoluogo e gli antichi villaggi disseminati per le valli e le montagne, ovvero gli ultimi insediamenti sopravvissuti alla distruzione per mano olandese. Non era né affollata né vuota, né grande né piccola. La logora strada asfaltata del distretto terminava proprio alla sua estremità meridionale, vicino al posto di guardia che segnava il confine con la provincia orientale, che era sempre presidiato dai soldati.
Spostandoci dall’occupazione giapponese durante il secondo conflitto mondiale ai movimenti di indipendenza che scoppiarono negli anni Settanta fino alla già citata ultima coppa del mondo del millennio (che seguì di un anno la caduta del presidente indonesiano Suharto), Gente di Timor dà voce a una babele di personaggi schiacciati tanto dai moti storici quanto da quelli più privati, sempre in bilico fra la violenza linguistica e fisica dei dominanti e sul filo del rasoio di fronte agli impulsi umani, soprattutto quelli sessuali. Militari violenti, sacerdoti dai lombi infuocati e individui convinti di possedere uno spirito divino, che li lega indissolubilmente alle generazioni precedenti e agli alberi, si incrociano e scontrano in una struttura sincopata e psichedelica; Felix Nesi sembra infatti cadere sotto il fascino delle sue stesse creature e, mentre ci parla delle vicende umane di un personaggio, vedendone passare uno ai bordi del suo campo visivo subito si getta a raccontarci una nuova storia, che andrà ben presto a confluire nella trama generale. Potentissime soprattutto le figure femminili, fra le quali spicca la bellissima, intelligente e spigliata Silvy, punto di raccordo di tutti gli sguardi bramosi dei maschi del villaggio, che tenta di farsi largo autonomamente fra le maglie del potere maschile e dei dominatori.
Gente di Timor mette in luce, attraverso questi numerosi destini, il quotidiano di una comunità messa a soqquadro delle forze della Storia. Timor Est ha conosciuto gli orrori della colonizzazione e la tragedia della guerra civile (al ’96 risale l’attribuzione del Nobel per la Pace a Ramos-Horta e al vescovo Belo, proprio per il loro operato in questa terra martoriata) e il romanzo di Nesi ce ne racconta uno spaccato attraverso la totale confusione del processo di decolonizzazione, che rese la società un campo fertilissimo per corruzione e battaglie individuali. Le scene di violenza affastellano ogni angolo del testo; volano schiaffi e ceffoni a ogni manciata di pagine, i machete vengono sfoderati con una facilità impressionante e non sono pochi i destini che si chiudono tragicamente. Ma ad abbruttire questo mosaico ci sono soprattutto i soprusi individuali: nella guerra di tutti contro tutti, esercito, potere e chiesa tessono le loro trame di profitto, in una condizione generale dove la becera e ignorante capacità di farla franca ha sempre la meglio.
Fin dal primo incontro, Wildan sapeva che le esperienze del passato avevano fatto perdere a Maria la stima verso lo stato, la chiesa e diverse altre cose. Le rimase accanto con tutta la pazienza che aveva ma, a volte, le ricordava:
“Anche se ci sono mille soldati bastardi, questo non significa che lo sia l’intero esercito. Anche se mille preti sono corrotti o donnaioli, questo non vuol dire che la chiesa sia un’istituzione criminale. Anche se mille funzionari rubano, questo non significa che possiamo fare a meno dello stato”.
Ma Maria insisteva: tutte le istituzioni erano colpevoli, perché tutte permettevano, tacevano e si proteggevano a vicenda.
Gente di Timor, con la sua prospettiva multipla e polifonica, si impone così come una preziosa opera che mostra l’arte della sopravvivenza e traccia uno spaccato della storia globale, quella meno conosciuta alle nostre latitudini e longitudini. Il grande talento di Felix Nesi sta proprio nella strabiliante resa dei malsani turbinii sociali dentro i contesti più infernali, senza mai dimenticare la pruriginosa voglia di vivere che attraversa sempre e dovunque la carne.
- Autore: Felix Nesi
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Utopia Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Gente di Timor
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