Lo scrittore, nonché editore tedesco Michael Krüger (storica figura della casa editrice Hanser e vincitore del Premio Nonino) ha dedicato al pittore ottocentesco Giovanni Segantini una recente riflessione estetica e letteraria in un saggio intitolato Il maestro della luce. Viaggio nell’arte di Segantini (pubblicato in Italia da Marsilio Editori nel 2026, con la traduzione di Francesca Varotto).
La prospettiva di Krüger si discosta dalla pura storiografia accademica per abbracciare uno sguardo che diremmo empatico. Nella sua lettura del pittore emerge una natura totalmente priva di sentimentalismo. Krüger sottolinea come, contrariamente a quanto ritenuto in passato, lo sguardo di Segantini sulla dura vita rurale ed alpina sia antiretorico. A suo avviso non c’è idillio bucolico, ma una rappresentazione monumentale e onesta della fatica e dei cicli biologici dell’esistenza. Accanto a questo una luce (dell’alta quota) come esperienza spirituale.
Krüger analizza il trasferimento di Segantini dalla Lombardia verso le altitudini dell’Engadina come il vettore di una ricerca radicale. La tecnica del divisionismo appare così lo strumento necessario che il pittore ha dovuto "inventare" per catturare l’abbagliante e incontaminata purezza della luce delle (sulle) montagne, trasformando il paesaggio montano in uno spazio dello spirito. Lo scrittore contesta l’idea di un Segantini esponente della Heimatkunst (l’arte regionale/patriottica legata alla terra), e nota come la sua ossessione per la natura e la luce abbia influenzato e ispirato colossi dell’arte contemporanea del Novecento come Joseph Beuys (la cui celebre installazione "Voglio vedere le mie montagne" riprende proprio le ultime parole in punto di morte del pittore) e Anselm Kiefer.
Una forma di "religione dell’arte" radicata nel panorama alpino, capace di farci guardare il mondo circostante con occhi completamente diversi: questa in sostanza la lettura che ne dà Krüger. Un esempio? Il trittico delle Alpi (“La Vita”, “La Natura”, “La Morte”). È l’opera a cui l’artista lavorò fino all’ultimo respiro nella baita dello Schafberg sopra Pontresina. Per Krüger, le tre immense tele non descrivono la montagna, ma la mettono in scena come uno spazio sacro e metafisico. La luce che irradia da queste opere è per lo scrittore piuttosto che una consolazione bucolica il simbolo di un’inquietudine spirituale mai sopita. Persino nel pannello della Morte, il gelo e il bianco della neve diventano per Krüger la rappresentazione laica e solenne del ciclo biologico universale, dove l’uomo si fonde e scompare nel Tutto cosmico.
Mentre nelle opere giovanili emerge una sorta di claustrofobia cromatica, col tempo la cupa ossessività degli esordi si traduce in un’evoluzione stilistica che coinvolge sempre più la ricerca della luce. Particolare rilievo si concede ai dipinti dell’Engadina, il ciclo della maternità delle tormentate tele simboliste ("Le cattive madri", "L’angelo della vita"), spesso popolate da figure femminili sospese in alberi spogli su distese ghiacciate. Krüger rifiuta la lettura moralistica o puramente ottocentesca di questi quadri. Dal suo punto di vista, le donne e le madri di Segantini sono incarnazioni della forza generatrice della Natura stessa. Lo scrittore elogia la straordinaria capacità tecnica del divisionismo applicata a questi soggetti: i filamenti di colore puro e oro stesi sulla tela servono a staccare le figure dalla realtà terrena, proiettandole in una dimensione onirica e allucinatoria che anticipa la drammaticità dell’Espressionismo europeo.
Importanza anche maggiore consegna alla rappresentazione del lavoro rurale a opere come "L’aratura" o "Il ritorno al paese"; si tratta di una natura quotidiana - l’aratro che fende la terra o la fatica dei corpi non sono dipinti per impietosire o celebrare una retorica campestre. Krüger vi legge un’onestà brutale: l’animale e l’essere umano condividono lo stesso identico destino di sottomissione alle leggi ferree del tempo, del clima e della sopravvivenza.
Dal volume è possibile recuperare in breve le tracce della fortuna critica internazionale di Segantini , che nel ‘900 ha oscillato tra l’iniziale apoteosi mitteleuropea come maestro del Simbolismo mistico e panteista e un successivo oblio dovuto all’avvento delle avanguardie. Negli ultimi decenni la ricezione estera è radicalmente mutata, ridefinendo il pittore come precursore dell’Espressionismo europeo grazie a studi pionieristici e importanti esposizioni internazionali. In particolare ha avuto un peso significativo la fascinazione verso la sua opera di due grandi insospettabili: Joseph Beuys, che trova in Segantini un punto di riferimento assoluto per via di alcuni elementi radicali: la natura come spazio spirituale e catartico, un’arte antiborghese perché antidecorativa, il principio dell’artista come iniziato, quasi uno sciamano alla ricerca di una dimensione primordiale, in cui le montagne diventano lo stato spirituale supremo a cui l’essere umano tende, passaggio fra la vita e la morte. Ricezione non dissimile da quella di Anselm Kiefer, anch’egli sedotto dall’idea della montagna come spazio di trascendenza e rovina. Sulla sua tela, spesso una pittura come mera materia geologica. Kiefer applica il colore in strati spessi, fondendolo e ossidandolo fino a farlo diventare una vera e propria formazione rocciosa e materica. È il suo modo di rendere omaggio alla durezza e all’onestà del paesaggio alpino che Segantini ha vissuto e dipinto fino allo stremo.
- Autore: Michael Krüger
- Genere: Arte, Teatro e Spettacolo
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Marsilio
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il maestro della luce
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