Nel suo più recente lavoro, Il palazzo e la scena (Rubbettino, 2026), Calogero Pumilia — politico di lungo corso che, conclusa la propria esperienza parlamentare, ha scelto di dedicarsi con continuità alla riflessione saggistica — prosegue il suo itinerario intellettuale centrato sul rapporto tra cultura, politica e potere, tema che attraversa l’intera sua produzione memorialistica. Dopo aver ricostruito in La svolta la formazione civile e politica della Sicilia del dopoguerra, analizzato in Partecipazione e cambiamento le trasformazioni sociali e istituzionali dell’isola e affrontato in La caduta il progressivo logoramento della politica, Pumilia concentra qui lo sguardo su Gibellina e sull’esperienza della Fondazione Orestiadi, nate dalle macerie del terremoto del Belice del 1968 e divenute simbolo di una possibile rinascita culturale attraverso l’arte e la memoria.
Al centro del libro vi è la figura di Ludovico Corrao, protagonista visionario della ricostruzione culturale della città. Pumilia ne restituisce un ritratto complesso, lontano tanto dall’agiografia quanto dalla polemica pregiudiziale: Corrao appare come un uomo dotato di intuizioni straordinarie, di un’autentica tensione innovativa e di una rara capacità di mobilitare artisti, intellettuali e istituzioni intorno a un progetto apparentemente impossibile. Ma insieme emergono le sue contraddizioni: il rapporto ambiguo con il potere, il personalismo nella gestione delle istituzioni culturali, la tendenza ad accentrare decisioni e relazioni, l’alternarsi di slanci ideali e pratiche politiche spregiudicate. In Corrao convivono il meridionalista visionario e il leader capace di costruire consenso attorno alla propria figura, il promotore di libertà creativa e l’uomo politico che finisce talvolta per sovrapporre il destino della città a quello del proprio progetto personale.
Attraverso questa figura il libro affronta una questione più ampia: cosa accade quando la cultura, nata come spazio libero e condiviso, entra stabilmente nei meccanismi del potere? Il “palazzo” e la “scena” del titolo diventano così simboli di due dimensioni destinate inevitabilmente a intrecciarsi e a confliggere: da una parte la politica, le istituzioni, la gestione delle risorse e del consenso; dall’altra l’arte, il teatro, la creatività come esperienza collettiva e strumento di emancipazione civile.
Pumilia osserva con lucidità come, nel tempo, quella promessa di rinascita affidata alla cultura rischi di trasformarsi in una rappresentazione autoreferenziale. Gibellina, nata come laboratorio internazionale dell’arte contemporanea, finisce progressivamente per apparire un corpo estraneo rispetto alla realtà sociale ed economica del territorio circostante. La distanza tra la straordinaria ambizione estetica del progetto e la vita concreta delle popolazioni del Belice attraversa molte pagine del libro: da un lato musei, installazioni, spettacoli, architetture d’autore; dall’altro una comunità che continua a fare i conti con l’emigrazione, la marginalità economica, la fragilità dei servizi e il senso di isolamento. La cultura, invece di radicarsi pienamente nel tessuto sociale, rischia così di diventare una sorta di cittadella separata, ammirata dall’esterno ma incapace di trasformarsi in esperienza realmente condivisa. Amaramente, a Gibellina, “il traino dell’arte non era riuscito a modificare la realtà, a dar vita allo sviluppo.”
In questa prospettiva il libro assume anche un forte carattere autobiografico e intellettuale. Pumilia racconta indirettamente il proprio desiderio di colmare il divario culturale che avvertiva rispetto ai grandi protagonisti della scena artistica e letteraria che frequentavano Gibellina. Attraverso letture, incontri, relazioni personali e una costante disciplina di formazione, l’autore costruisce nel tempo una propria consapevolezza culturale, vissuta non come ornamento ma come strumento di comprensione della realtà. La cultura, nel suo percorso, non è mai semplice prestigio sociale: è esercizio critico, educazione civile, responsabilità pubblica.
Allo stesso tempo emerge il suo sforzo concreto per salvare il risultato di quell’esperienza quando i limiti del progetto diventano sempre più evidenti. Pumilia mostra come, nei momenti di crisi della Fondazione e della città, egli tenti di utilizzare le proprie relazioni politiche e istituzionali per mantenere in vita il patrimonio costruito negli anni: i rapporti con il mondo politico nazionale, con gli enti pubblici, con gli ambienti culturali e amministrativi diventano strumenti per evitare il declino definitivo di un’esperienza che, pur segnata da contraddizioni profonde, rappresentava comunque un patrimonio unico per la Sicilia.
Ma nel libro emerge con forza anche il progressivo appannarsi del “mito Gibellina”. Quella che negli anni Settanta e Ottanta appariva come una straordinaria avventura di rinascita culturale perde progressivamente centralità e capacità propulsiva. Le difficoltà economiche, la burocratizzazione delle istituzioni culturali, la trasformazione dell’utopia in apparato e la crescente autoreferenzialità del sistema producono una lenta erosione del consenso e dell’entusiasmo originari. Accanto all’ammirazione arrivano le critiche del mondo culturale: alcuni intellettuali contestano il carattere elitario del progetto, altri denunciano la distanza dalla vita reale del territorio, altri ancora vedono in Gibellina una monumentale scenografia incapace di generare autentico sviluppo sociale. La stessa eccezionalità del modello finisce col tempo per apparire fragile, quasi sospesa in una dimensione simbolica più che reale.
La forza del libro sta soprattutto nel tono. Pumilia scrive da protagonista e da testimone diretto, ma mantiene uno sguardo misurato e critico. Non cede mai al rancore né alla nostalgia. La sua è piuttosto una riflessione segnata da un disincanto vigile: la consapevolezza che molte speranze nate nella Sicilia del dopoguerra — il rinnovamento politico, il ruolo emancipatore della cultura, la costruzione di una società più giusta — si siano progressivamente consumate dentro logiche di potere più forti degli ideali originari.
Anche stilisticamente il libro conferma le qualità già note dell’autore: una scrittura limpida, essenziale, capace di intrecciare memoria personale, ricostruzione storica e meditazione civile senza mai perdere equilibrio e chiarezza. La narrazione evita tanto l’enfasi celebrativa quanto il giudizio liquidatorio, scegliendo invece la strada più difficile della comprensione critica.
Il palazzo e la scena è dunque molto più di un libro su “Gibellina, Corrao e oltre”, come indica il sottotitolo. È una riflessione sulla fragilità dei progetti culturali quando si trasformano in sistemi di potere, sul difficile rapporto tra avanguardia artistica e realtà sociale, sul rischio che le utopie civili si irrigidiscano in rappresentazioni autoreferenziali. Ma è anche un atto di fedeltà alla memoria e alla responsabilità della testimonianza. Un’opera intensa e civile, che interroga non solo la Sicilia, ma il rapporto stesso tra cultura, democrazia e potere nella storia italiana contemporanea.
- Autore: Calogero Pumilia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Rubbettino
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788849888621
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Il palazzo e la scena
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