Cancel culture: pensavate che il delirio antistorico degli intellettuali occidentali contro l’Occidente si accanisse soltanto sul nostro Cristoforo Colombo, accusato dalla deriva woke d’avere violentato le civiltà native? Cosa credete, ce n’è anche per un altro navigatore e scopritore, l’inglese Cook. Lo leggiamo nel saggio del giornalista e scrittore Hampton Sides, tradotto da Francesco Zago e pubblicato nella collana “Le Storie” Corbaccio: L’ultimo grande viaggio. L’enigma della morte di James Cook (novembre 2025, 384 pagine). The wide wide sea: imperial ambition, first contact and the fateful final voyage of captain James Coook, chilometrico ma esaustivo il titolo originale di un libro rimasto per mesi in testa alle classifiche di vendita degli Stati Uniti, nel 2024.
Non una biografia, ma un ampio racconto, premette l’autore. Una cronaca quasi narrativa e corale, basata su diari, brogliacci, scritti del capitano e di altri che navigarono con lui verso il Pacifico. Più di centottanta uomini, su due navi di legno, che dall’Inghilterra mossero per “molte migliaia di miglia di distesa oceanica”, a imprimere “un punto di svolta nella storia”, nella seconda metà del XVIII secolo. A esplorare un altro mondo. Un’avventura monumentale, che ha consegnato all’umanità il quinto continente e che impattò positivamente sul futuro. Un’impresa contestata oggi da una rilettura ideologica della storia, che condanna vicende accadute secoli fa giudicandole con il metro dei valori attuali, totalmente cambiati. Chi lo fa, commette un errore imperdonabile: adottare il metodo dell’ora per allora vuol dire operare un intervento anti scientifico. È propaganda, non storia.
Mi sa che gli anti Cook se la prendono con il soggetto sbagliato. Al navigatore, esploratore e cartografo, non certo un conquistatore o un colonizzatore, seguirono gli avventurieri, i balenieri, i commercianti di pellicce, “i proprietari di piantagioni e i missionari”. Quelli sì “invasori”, come li chiama Sides. Per molte popolazioni native del Pacifico, il capitano è un simbolo del colonialismo europeo, però viene screditato non per quello che fece direttamente, ma per quanto gli seguì. Negli ultimi anni, i monumenti dedicati a Cook sono stati imbrattati di vernice. Nelle isole Cook si discute se cambiare denominazione all’arcipelago. È diventato il Colombo del Pacifico.
Dal considerare le tre epiche spedizioni come progetti coraggiosi e meritevoli, realizzati nel nome dell’illuminismo e della conoscenza, si è arrivati a denigrare i suoi viaggi, contestati come l’inizio del sistematico smantellamento delle culture indigene isolane. Come si può vedere, Hampton Sides non trascura le controversie, ma di certo è più attratto dalla figura di Cook che dalle polemiche. Sostiene di avere cercato
di presentare il capitano, gli obiettivi e i presupposti del suo terzo viaggio, in tutta la loro imperfetta complessità. Non lo idolatro, né lo demonizzo, né lo difendo.
Ha voluto “semplicemente” descrivere cosa accadde durante l’ultimo, importante, ambizioso e tragico viaggio, tenendo conto che il comandante Cook dell’ultima spedizione era un uomo caratterialmente diverso, più teso, rigido con i suoi e meno tollerante e accondiscendente con i nativi.
Nato a Marton, nello Yorkshire, nel 1728, entrò dapprima nella marina mercantile britannica e solo nel 1755 si arruolò nella Royal Navy. Partecipò alla guerra dei sette anni ed ebbe la possibilità di rilevare la foce del fiume San Lorenzo, in Canada, sollevando l’interesse dell’Ammiragliato e della Royal Society. Completò la cartografia anche dell’isola di Terranova, prima dell’assegnazione nel 1766 al comando della nave HMS Endeavour e degli imbarchi per i viaggi nell’Oceano Pacifico, 1768-1771, 1772-1775 e 1776-1779. Le sue esplorazioni hanno garantito un’espansione geometrica all’impero coloniale britannico. Realizzò il primo contatto esplorativo efficace con le coste dell’Australia, scoprì le isole Hawaii (che chiamò Sandwich), portò a termine la prima circumnavigazione ufficiale della Nuova Zelanda. Si spinse fino alle coste dell’Alaska, fermato dai ghiacci. L’ultimo viaggio gli fu fatale: venne ucciso dagli indigeni.
Si eviterà di accennare qui alle circostanze della morte, a Kealakekua Bay, nelle Hawaii, il 14 febbraio 1779, sulle quali non c’è mai stata unità di vedute. In questo, il lavoro di Sides sono un giallo. Si può dire qualcosa, invece, di un altro aspetto controverso: i resti del capitano vennero circondati dagli hawaiani e prelevati. Erano caduti altri quattro marinai britannici, ma l’ufficiale Williamson vietò ai superstiti di andare a recuperare i corpi, scendendo dalle scialuppe accostate alla riva. Successivamente, vennero restituite parti del cadavere, di Cook, almeno così si presumeva, con segni di bruciature e cosparse di sale. È evidente il conflitto di due concezioni, quella europea che assegna importanza ai resti integri dei defunti e i riti funebri indigeni, decisamente diversi. Specie se il morto era una figura di spicco, celebravano una cerimonia in cui il corpo veniva bruciato e smembrato, la carne raschiata dalle ossa, ritenendo che la forza umana risiedesse soprattutto in quelle lunghe e nel cranio. Parti venivano distribuite tra gli alti capi, che li avrebbero onorati come potenti reliquie.
Gli anziani hawaiani hanno ribadito che nessun arto od organo del capitano venne “mangiato”, per la loro società il cannibalismo era ripugnante quanto per le culture europee. Il cadavere venne trattato col rispetto e la dignità accordati ai capi più venerati dell’isola. Del resto, Cook era considerato una divinità, un “lono”, immortale. Giorni dopo, ancora tanti nativi si aspettavano che sbarcasse di nuovo dalla nave...
- Autore: Hampton Sides
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Corbaccio
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: L’ultimo grande viaggio. L’enigma della morte di James Cook
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