Un sereno, pacato, commosso ricordo della terra dalmata, senza rancore per chi l’ha sottratta, in un drammatico corso della storia, della politica, dei tempi, nel dopoguerra del secondo conflitto mondiale. Paolo Marsich, sessantenne udinese che rivela nel cognome le origini nordadriatiche quanto meno della sua famiglia, è l’autore di un romanzo da leggere assolutamente, cullati dalla costante vena di lucida nostalgia che distingue questo scritto. Le nostre case è pubblicato dalle bolognesi Edizioni Pendragon (gennaio 2026, collana “Linferno”, 217 pagine), con alcune illustrazioni color seppia.
Nato a Udine nel 1966, insegna italiano e latino nei licei scientifici, laureato in lettere e dottore di ricerca in italianistica (Università di Trieste). Prima di occuparsi nella scuola, ha ideato e condotto programmi radiofonici presso emittenti locali (Lombardia, Friuli-Venezia Giulia) e nazionali, dal 1982 al 1995. Ha firmato antologie di classici greci e latini (Cicerone, Lucrezio, Plutarco, Ovidio) per la collana “Saggezze Oscar Mondadori” e monografie per Bastogi su autori della canzone italiana (Bertè, Mannoia, Concato, Giorgia).
La famiglia della mamma di Paolo, i Bulat, era zaratina dell’interno. Zara è stata una delle città più importanti della Repubblica di Venezia sulla costa della Dalmazia, dall’anno Mille alla caduta della Serenissima, nel 1797. Consegnata all’Impero asburgico (il bisnonno friulano combatté a Solferino nell’esercito austriaco), passò all’Italia dopo la sconfitta austroungarica nella Grande Guerra. Divenne un’enclave tricolore nel Regno di Jugoslavia (costituito nel 1929): un territorio di un centinaio di chilometri quadrati, la penisola cittadina e i sobborghi, oltre ai comuni di Cerno e Boccagnazzo, verso l’interno. La più piccola provincia italiana, l’ultima targa automobilistica dell’elenco. L’Istria, con Pola e Fiume, più settentrionali, verso Trieste, distava mezza giornata di navigazione. Battelli più grandi raggiungevano Ancona in sette ore, c’era un Postale quotidiano.
Gravemente colpita dai bombardamenti aerei nella Seconda Guerra Mondiale (ben cinquantaquattro, Natale 1943 compreso), poi occupata dai tedeschi tra l’ottobre 1943 e la primavera 1945, vide l’ingresso dei partigiani titini e venne annessa alla Jugoslavia comunista con il trattato di pace del 1947. Quello il periodo in cui la popolazione di radici italiane venne costretta all’esodo: i parenti di Paolo andarono profughi in Friuli. Dal 1991, dissolta la Repubblica jugoslava, Zara fa parte della Croazia.
Il protagonista narrante in soggettiva è il terzo fratello di mamma Rita, nato nel 1929, studente nelle scuole fasciste e testimone del conflitto, dei suoi disastri locali e della pagina dell’esodo, praticamente l’arco temporale dei contenuti, tanto sensibilmente fatti raccontare da Marsich, con il suggestivo territorio zaratino che fa da scenario sullo sfondo ed è spesso protagonista. Lo zio Vincenzo, Enzo, alla vigilia del primo anno delle superiori, dopo l’8 settembre 1943, non vede l’ora di studiare il greco antico al classico, tanto poco gradito al fratello maggiore Giuseppe, Bibi, e amato invece da Rita. Il desiderio del ragazzino non verrà esaudito, niente ginnasio per varie concause che magari non è il caso di spoilerare.
Un altro interesse linguistico di Enzo bambino è la curiosità per il serbocroato, la lingua della popolazione dell’interno, che i parenti e mamma conoscono, provenendo da Knin, terra dei Morlacchi, il popolo di pastori nomadi che aveva fornito combattenti alle armate della Serenissima.
Da precisare il contesto socio etnico in zona. Gli italiani rappresentavano la parte più socialmente elevata della comunità, distinguendosi tra originari già sudditi di Vienna e i cosiddetti regnicoli, funzionari della Pubblica Amministrazione, in genere inviati dal governo fascista e riconoscibili perchè “parlavano in tricolore”, non in dialetto veneto o con la marcata inflessione locale. Gli autoctoni si vedevano diversi dai trasferiti, ma questi a loro volta discriminavano chi si esprimeva con espressioni straniere per un “orecchio nazionalista”. La provenienza dall’interno, dalla Jugoslavia, voleva dire che proprio italiani non potevano essere e che in loro c’era qualcosa di croato, di slavo. Avevano anche proposto ai Bulat di correggere quella finale tronca tanto poco italica, ma il nonno si era sempre opposto al cambiamento, fiero del suo cognome al pari della sua italianità. Quanto al serbocroato, il fatto che venisse utilizzato raramente, solo per singole parole e mai nei contesti pubblici e ufficiali, dov’era vietato, portava i bambini a credere che non fosse una lingua decorosa.
A scuola, gli ’slavi’ ci venivano presentati come rozzi e ignoranti, in quanto popolo di contadini o pastori, a confronto con i più ’civilizzati’ cittadini di discendenza veneziana.
La famiglia era benestante, per quanto numerosa: in casa erano in dieci, compresa la domestica Giovannina, che arrivava dall’isola di Sale, oltre Ugliano. Altre donne del luogo facevano il bucato, giravano tra le case una volta alla settimana per raccogliere la biancheria. La portavano con sé, per lavarla con acqua e cenere, poggiando ad asciugare sulle siepi.
E qui, in tema di ricordi di Enzo (e Paolo), non sarà irrituale uno personale. Sono cresciuto a Pescara, città adriatica del Centro Italia, grosso modo dirimpettaia delle isole dalmate. Ai lati del porto canale, nei pratoni di allora, verdeggianti in primavera e d’autunno (non ci sono più), le lavandaie pescaresi sciorinavano i panni che ritiravano dalle case borghesi del centro, portandoli sulla testa in grandi cesti. Lavavano al posto delle signore, in cambio di modesti compensi. Quando passavo per andare a giocare con gli strumenti marinari nella palazzina nautica da mio padre, notavo le ampie lenzuola bianche, poggiate direttamente sull’erba rigogliosa. Le spandevano, come si diceva.
- Autore: Paolo Marsich
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Le nostre case
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