Quante volte è stato detto che il narratore di nome Giorgio non è lo scrittore van Straten. Il sapere di similitudini e di abitudini condivise non ci aiuta. Ormai un memoir va esplicitato, detto a chiare lettere, ma anche in questo modo di scrivere c’è sempre un pezzo di finzione.
Giorgio, il personaggio, vive a New York, ma di tradizioni italiane ne ha portate ben poche. Ha amici del suo paese natale, ma capita di parlare in angloamericano anche per molte ore, senza provare la stanchezza di chi deve ricordarsi molti lemmi stranieri. Giorgio è uno scrittore di buon successo e un agente letterario, vende bene, poi ama le abitudini newyorkesi, ad esempio gli amici che sono ancora in città, sapere che prenderanno, quale aperitivo prende l’uno e quale l’altro. Se solo uomini si parla di donne, della minoranza di esse che sono magrissime, mentre le donne piccolo borghesi sono terribilmente sovrappeso, e le donne che tra loro si lamentano di come a New York i maschi parlino solo di lavoro e di profitto. D’altronde è una città carissima e quasi tutti provengono dalle villette a schiera dell’estrema periferia.
Giorgio sta con Elena, ma il loro amore è contrastato, perché la donna sa che il suo compagno ama ancora la prima moglie, e il divorzio si trascina da anni. La paura di Giorgio e come, ad esempio, il signor Smith di Londra hanno la medesima sensazione che li accomuna con altri otto miliardi di persone: ammalarsi e morire. E della vita frenetica di Times Square, all’uomo non frega più niente.
Il titolo del libro è un verso di Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità (HarperCollins, 2022). Sei vitale, ma sai che fra dieci anni prevarrà la disperazione di altri dieci anni in più e Giorgio fa già fatica ora a fare le scale, un affanno cupo e triste che mette ansia. Si rivolge al cardiologo in Italia; e non che manchino cardiologi nella grande Mela, e lui ha un’assicurazione sanitaria blindata, ma se non si sta bene si chiama in Italia. Sembra che sia tutto a posto, ma non può fare le scale come un giovanotto, e il fatto che sta scrivendo pochissimo è la vera ansia di malato. Non ci pensa due volte, torna in Italia, ai suoi vecchi amici, e incontra Francesca, la prima e unica moglie, più bella che mai. A parte prenderla per sfinimento, per farsi accompagnare da dottori e a esami clinici, la donna resta sempre sorpresa di come Giorgio non sia uscito dalla sua testa. Perché, a parte la malattie, i loro discorsi sono alti, parlano di scenari politici preoccupanti, di libri appena usciti, di mostre.
Giorgio von Straten ha un’allure che ricorda i libri di Alain Elkann e magari non sarà contento di questo paragone. Ma ha la capacità di dire più cose in breve frasi ed è sempre in ambienti raffinati.
Il binomio decade, quando vuole andare nelle Marche a trovare il suo migliore amico Antonio, che ha lasciato luci e opportunità delle città, ma l’uomo non sembra contento della visita. Le capre sono scappate, ci sono pochi soldi, i figli stanno vivendo come selvaggi. Ogni giorno si rompe qualcosa. Non vi dirò, lettori, se poi va a trovare l’amico vegano e rivoluzionario. Sta di fatto che Giorgio ha perso la bussola, gli manca enormemente New York, ma in Italia ora non ci sono le condizioni per trasferirsi. L’uomo è complesso e un po’ ridicolo, con le cento malattie e una moglie ancora senza divorzio.
Straten ha una scrittura pulita, brillante, che affascina il lettore già dalle prime pagine.
- Autore: Giorgio Van Straten
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: HarperCollins
- Anno di pubblicazione: 2022
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Articolo originale pubblicato su sololibri.live qui: Una disperata vitalità
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